Proteggere l’attrezzatura fotografica

Scattando foto in ambiente esterno, in natura e soprattutto in montagna è opportuno proteggere l’attrezzatura fotografica dalle intemperie, e dagli agenti atmosferici: pioggia, neve, freddo, umidità e vento possono creare qualche problema a fotocamere e obiettivi. Anche fotografando in pieno sole, ma davanti ad una fragorosa cascata si rischia che il “pulviscolo acquoso” crei qualche problema. Anche il modo di trasportare l’attrezzatura, può fare la differenza. Se hai fretta e ti interessa soprattutto la parte tecnica, salta il paragrafo successivo, con il racconto inutile e pedissequo dei “cadaveri” della mia attrezzatura e vai direttamente a quello seguente.

Una delle tante cose da non fare. La soluzione migliore per non bagnare fotocamera e ottiche è quella di usare un sacchetto di plastica trasparente per inserire il tutto. Si lascia un foro per far uscire la lente frontale. Sistema economico e leggero, da tenere sempre nello zaino. E' vero che questa fotocamera, la D800 e il 24 - 70 sono tropicalizzati, ma fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio.

Una delle tante cose da non fare. La soluzione migliore per non bagnare fotocamera e ottiche è quella di usare un sacchetto di plastica trasparente per inserire il tutto. Si lascia un foro per far uscire la lente frontale. Sistema economico e leggero, da tenere sempre nello zaino. E’ vero che questa fotocamera, la D800 e il 24 – 70 sono tropicalizzati, ma fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio.

Il Curriculum del distruttore: cronaca semiseria di botte, cadute, guasti, riparazioni e requiem definitivo di fotocamere e obiettivi. (passate pure oltre questo paragrafo, se volete proprio perdervi l’elenco delle mie imprese…e andare direttamente alla parte tecnica)

In Valtournenche, in una forra del torrente Marmore. Inverno 2002. Fa un freddo boia, tra neve, ghiaccio e le cascatelle di questo impetuoso torrente valdostano. La mia F90 X scatta allegramente, nonostante i 20 gradi sottozero. Ok…il motore di trascinamento della pellicola non è proprio arzillo, ma, con un verso strano, comunica acusticamente tutto lo sforzo climatico che deve sostenere. Però tutto funziona bene. Sto fotografando una serie di cascatelle con stalattiti e parti ghiacciate. Bei momenti, sino all’urlo di dolore, con vari improperi incorporati e ed espressioni colorite, per nulla in bianco e nero, del sottoscritto. Un attimo di distrazione, un rapido scivolone su infido verglass che ricopre le rocce del torrente e la caduta, con conseguente e dolorosissimo atterraggio sulla rotula. In quel momento ero pronto a giurare di essermi frantumato una gamba, con annessi e connessi. Un forte dolore, subito mitigato dalla vista della mia Nikon F90 x docilmente appoggiata ad una roccia, mezza sommersa dall’acqua, con lo sportello aperto e la pellicola diapositiva ben esposta alla luce, quindi “bruciata” per la parte visibile. Buone notizie, comunque…non mi sono rotto nulla e, soprattutto, la mia reflex non si è per nulla guastata. Opportunamente asciugata ha ripreso a funzionare come nulla fosse. L’acqua dolce perdona. Ovvio, è necessario specificare che il corpo non era totalmente sommerso, ma solo appoggiato sul fondello. Fantastica questa fotocamera, una delle migliori di Nikon, tra le macchine a pellicola. Questo è uno dei pochi casi, con botte e cadute, voli e scivoloni, in cui non si è rotto nulla, né alla fotocamera, né al fotografo… Entrambi hanno proseguito il loro viaggio verso alpeggi, rifugi, cime alpine, deserti africani, parchi di Tanzania, Botswana, Zimbawe e Namibia.  Lo stesso non si può dire per il lungo elenco di “decessi”, “infortuni”, “rotture” e similari che hanno dovuto subire i seguenti aggeggi: compatta a pellicola Fuji, anno 1994: Sasso, sasso, urlo appeso a una scaletta di ferro della via ferrata dello Zucco di Sileggio, nel lecchese. Non è proprio una sasso quello che mi cade dalla cintola, ma la mia fotocamera compatta che, sfiora Michelangelo, e cade allegramente rompendosi e bruciando irrimediabilmente le foto della salita. Io dispiaciuto per la macchinetta, Michelangelo col broncio per il rullino perso: ebbene…aveva ragione lui. La Fuji, prontamente riparata, da li a poco non l’avrei più usata. Le foto, invece, mancano ancora oggi e avrei continuato a guardarle, negli anni. Ma siamo solo agli albori della mia carriera da terminetor di materiale fotografico. Da una compatta, ad una fotocamera reflex, la mia prima reflex, tra l’altro. Anno 1996, mese di luglio, sull’affilata cresta del Castore (4200 metri circa, un pò sotto la cima): la mia Minolta X700, decide di restituirmi 3 rullini totalmente neri. Bella soddisfazione ! Questa volta sono innocente, non ho causato nulla, sembrerebbe. Scopro poi, in assistenza, che si tratta dell’otturatore. E’ l’ultimo viaggio della Minolta. Una bella morte, comunque, sulla cresta dei un bellissimo “4000” del Monte Rosa. Una fine degna, quasi eroica, direi. Ecco…e poi il cavalletto, 3000 metri più in giù, a valle e un bel pò di anni prima della suddetta F90 x. In Valsesia. Non so se vale, perché era un pessimo treppiede, il primo che abbia mai avuto, praticamente una trappola su tre zampe, di plastica, stabile con un filo d’erba durante un uragano. Nei pressi delle Cascate dell’Acqua Bianca, in Valsesia, in pieno inverno, devo uscire da una forra del Sesia, tra neve e ghiaccio. Anche in questo caso stavo fotografando cascatelle e stalattiti. Il cavalletto mi impaccia e scivola. Prendo l’aggeggio, lo lancio fuori dal fiume, con molta destrezza, verso l’amico Alberto. Il treppiede cade, si rompe una gamba e diventa, quindi, un bipede. Meglio così. Era pessimo, come quelli che, una ventina di anni dopo, avrei sconsigliato ai miei “alunni”, durante i workshop di fotografia. Qualche anno dopo: il Sigma  21 – 35,  f 3,5 / 4,5 era un’ottima ottica, uno tra i primi zoom grandangolari con esteso angolo di campo. Non l’ho usato molto. Decomposto allegramente nella sua carrozzeria, probabilmente dopo essere stato sballottato nello zaino fotografico durante un giro in bici, nel Parco del Ticino. Ora è li, nell’armadio, mai più riparato. Nel 1998, mi pare, il Signa 400 5,6 Apo era una delle poche ottiche tele acquistabili, senza la necessità di dover vendere organi interni, la casa e orpelli simili. Lo porto in Tanzania, prima, e l’anno successivo in Botswana, dove sballottolato sul fuoristrada e ricoperto da sabbia, terra e polvere delle sterrate del Parco del Chobe non regge a lungo e si blocca l’AF, al secondo o terzo giorno. Continuo a usarlo, con buoni risultati, direi, in manuale, con la F 90 X, per tutto il viaggio. Per fortuna avevo anche il Nikkor 300 f4 af, un macigno in vetro e metallo, che utilizzo, saltuariamente, ancora oggi. Robustissimo !. Robustissimo proprio come dovrebbe essere il Nikkor 20 – 35 2,8 afd, un’obiettivo costosissimo, ai suoi tempi. Zoom professionale di alta qualità (più o meno), col quale non è mai scoccata la scintilla di un vero e proprio sentimento. L’ho usato molto, negli anni tra il 1998 e il 2005, con la F 90 x, la F5, la FE e la FE 2. Veramente ben costruito, ma se ti cade di mano (senza il tappo posteriore) in un bel cespuglio di fiori gialli, in un bel sottobosco, in una bel giorno di maggio è chiaro che si prende una bella botta: diaframma non più funzionante ! Nulla di grave, ma un bel salto di qualità: sino ad allora non avevo ancora rotto un’ottica professionale ! Beh, questo l’ho fatto riparare ed ha funzionato ancora bene per parecchi anni. Parecchie foto che ho pubblicato, su libri e riviste, sono state scattate con questo zoom grandangolare che, abbinato al Nikkor 80 – 200 2,8 afd, formava un corredo con solo due obiettivi, per escursioni ed ascensioni in montagna. Per completare il trittico di cui sopra, manca il Nikkor 35 – 70 2,8 afd, oggi una vecchia gloria, ieri l’obiettivo di base del corredo Nikon professionale. Gran bell’obiettivo, col quale ho pubblicato molte foto e col quale, ovviamente, ho vissuto qualche situazione contundente. Una volta mi si è bloccato il movimento (a pompa) della regolazione delle focali. Il suddetto è stato riparato senza gravi problemi, né di tempo, né economici. Ne sono ancora in possesso. Lo stesso non si può dire del Nikkor 24 – 70 2,8 AFG. Ottica eccellente da tutti i punti di vista, base del mio corredo attuale e scassato alla grande durante un workshop fotografico con la “Officina Fotografica di Romagnano Sesia”: motore di messa a fuoco e blocco diaframmi, un disastro su tutta la linea. Questa volta, però, si è rotto da solo. Non è caduto. Riparato, con notevole spesa. Bel colpo ! O meglio… che colpo ! E’ ancora il mio obiettivo preferito, perfettamente funzionante. Si perde, invece, nella notte dei tempi, o meglio nella notte al rifugio invernale del Vittorio Emanuele, lì’avventura della mia Nikon FE, mitica, indistruttibile (mica tanto) e…rotta. In un lontano mese di dicembre, dormo (per modo di dire) a 25 gradi sotto zero. La prima volta che mi sveglio con la barba totalmente gelata e con la Nikon totalmente bloccata. Otturatore ! Oggi, ancora bloccato. Me la sono cavata lo stesso, scattando con il tempo meccanico di 1/90 di secondo, perfettamente funzionante.

La Nikon FE. Otturatore bloccato. Funziona solo il tempo di posa meccanico di 1/90 di secondo. Immagino il blocco sia dovuto anche al freddo, ai meno 25 di quel dicembre al Rifugio Vittorio Emanuele, ma probabilmente era sul punto di tirare le cuoia...

La Nikon FE. Otturatore bloccato. Funziona solo il tempo di posa meccanico di 1/90 di secondo. Immagino il blocco sia dovuto anche al freddo, ai meno 25 di quel dicembre al Rifugio Vittorio Emanuele, ma probabilmente era sul punto di tirare le cuoia…Continuo a scattare col solo tempo meccanico, adeguando i diaframmi. La prima volta (e pure l’ultima), in vita mia, che lavoro in una sorta di priorità di tempi.

 

Insomma, quando piove, forse, meglio scattare dall'auto. Non sempre si può, ovviamente. In caso estrarre l'attrezzatura dallo zaino solo nel momento dello scatto. Ovviamente, meglio evitare di cambiare l'obiettivo sotto la pioggia.

Insomma, quando piove, forse, meglio scattare dall’auto. Non sempre si può, ovviamente. In caso estrarre l’attrezzatura dallo zaino solo nel momento dello scatto. Ovviamente, meglio evitare di cambiare l’obiettivo sotto la pioggia. Nikon D300; Sigma 12-24 ; 4,5 / 5,6.

Proteggere l’attrezzatura fotografica in montagna 

In montagna i cambiamenti climatici sono rapidi e, a volte, repentini. E’, quindi, necessario adottare alcune semplici precauzioni per proteggere l’attrezzatura fotografica. Un buon contenitore, che sia uno zaino, una borsa o altro, è sicuramente indispensabile ed è la prima protezione anche in caso di pioggia. A volte, però, non basta. Un semplice accorgimento è quello di portare dei sacchetti di plastica, da utilizzare in caso di forte pioggia, da utilizzare per avvolgere ottiche e macchine fotografiche o, magari, direttamente la borsa o lo zaino. In caso di pioggia, però, si raccomanda di asciugare spesso l’attrezzatura, tutte le volte che è possibile. Attenzione particolare in obiettivi zoom che hanno parecchie ghiere e parti che possono essere esposte, con l’ottica estesa alla massima focale, e che poi rientrano, modificando i millimetri al minimo (per esempio passando da 200 mm a 70 mm, in uno zoom). Esistono anche apposite custodie, dette “armor” (armature) dedicate, in maniera specifica, ad alcune macchine fotografiche che, in materiale gommoso, le proteggono dagli urti. Il freddo è un elemento potenzialmente dannoso che, a volte, riduce temporaneamente la potenzialità delle batterie. Capita, a temperature veramente rigide, come 20 o 25 sottozero che le batterie tendano a non funzionare. Poi, con l’innalzarsi dei gradi, la loro capacità ritorna nella norma. E’ opportuno, quindi, portare una o più batterie di scorta, da tenere più al caldo possibile, magari nella giacca a vento o nelle tasche della camicia, a contatto col proprio corpo. Attenzione alla condensa: quando si proviene da un luogo freddo e si entra in uno caldo, come per esempio un rifugio, si forma una sorta di patina di umidità sull’attrezzatura. Appanna le lenti e rischia anche di insinuarsi internamente alla reflex. Per ovviare al problema è sufficiente aspettare una decina di minuti, il tempo necessario affinché ottiche e macchina si adattino al nuovo clima. Attenzione, soprattutto, a non smontare l’ottica dal bocchettone della fotocamera, o rischieremmo che anche il sensore subisca l’effetto della condensa. Anche il caldo intenso può essere un problema. Meglio non lasciare mai l’attrezzatura direttamente esposta ad un intenso sole estivo. Il nero della carrozzeria esterna si scalda velocemente, creando problemi ai numerosi circuiti elettronici. Attenzione anche a lasciare la fotocamera in auto. A parte i problemi di furto, è da tener presente che, in estate, nell’abitacolo si possono anche raggiungere tranquillamente temperature intorno ai 40 gradi. Così si arrostiscono i contatti elettrici…

Un esempio di custodia (armor) in gomma. Deve essere espressamente dedicata per il modello di fotocamera per la quale volete utilizzarla.

Un esempio di custodia (armor) in gomma. Deve essere espressamente dedicata per il modello di fotocamera per la quale volete utilizzarla.

Tropicalizzazione 

Alcune macchine fotografiche di fascia alta e alcune ottiche si definiscono tropicalizzate. Hanno, infatti, apposite sigillature, guarnizione e protezioni in tutte le guarnizioni e negli interstizi tra i pulsanti e le altre parti della carrozzeria, e tra le ghiere e i vari corpi mobili. Resistono bene in caso di umidità, sabbia, vento, pioggia e neve. Così dicono i produttori di attrezzatura fotografica. In realtà è bene ricordare che le fotocamere e le ottiche non vanno molto d’accordo con la pioggia e con l’acqua in generale. Attenzione, quindi ! L’attacco tra ottica e fotocamera rimane un punto debole, anche se gli obiettivi migliori hanno una protezione in gomma proprio tra la carrozzeria del barilotto e l’attacco a baionetta. Se siete sotto pioggia battente, meglio aspettare a cambiare l’obiettivo.

Tra torrenti, fiumi e cascate: proteggere gli obiettivi 

E’ importante salvaguardare le lenti degli obiettivi, avvitando filtri UV o Skylight, per evitare di bagnarli. I puristi protesteranno facendo notare che l’applicazione di  un’ulteriore superficie vetrosa davanti all’ottica ne abbassa leggermente la qualità. Tutto vero, ma anche cadute accidentali, gocce d’acqua, crepe e squarci sulle lenti creano non pochi problemi alla nitidezza delle nostre preziose ottiche !. Anni fa, salendo al Rifugio Nacamuli, in Val d’Aosta, l’insieme reflex – obiettivo, appeso al collo, ha sbattuto su una parete rocciosa, con la conseguente rottura del filtro di protezione che, immolandosi, ha salvato le lenti del prezioso Nikkor 35-70mm 2,8 afd. Personalmente ho pubblicato quasi 500 articoli, illustrati con foto scattate con obiettivi che montavano il filtro sky oppure uv. Tra l’altro, in casi particolari, siete sempre in tempo a svitare il filtro. Ho parlato di fotografia di cascate e acqua, qui: Cascata di Val Nera, a Livigno.

La cascata delle "Caldaie del Sesia", si presenta spesso adornata da arcobaleno. Questo salto d'acqua si fotografa dall'altro e da posizione protetta da schizzi d'acqua. E' frequente, però, che fotografando cascate si rischi di bagnare l'attrezzatura. Attenzione, soprattutto, nel cambio dell'ottica.

La cascata delle “Caldaie del Sesia”, si presenta spesso adornata da arcobaleno. Questo salto d’acqua si fotografa dall’altro e da posizione protetta da schizzi d’acqua. E’ frequente, però, che fotografando cascate si rischi di bagnare l’attrezzatura. Attenzione, soprattutto, nel cambio dell’ottica. Nikon D800; Nikkor 24-70 AFG. Treppiede.

Proteggere il sensore 

Avete presente i punti neri e le macchie che appaiono in foto, soprattutto sulle superfici uniformi e chiare, tipo il cielo ? Significa che il sensore è sporco o impolverato. Non soffiate e non utilizzate bombolette ad aria compressa. Essendo il punto nevralgico della fotocamera, il sensore andrebbe pulito, periodicamente, da persone qualificate, oppure utilizzando strumenti e solventi dedicati, venduti in appositi kit. Le stesse ottiche, tramite gli interstizi delle ghiere di messa a fuoco o di regolazione della focale, contribuiscono ad accentuare i problemi di pulizia del sensore, facendo sì che polvere e sabbia si insinuino. Per limitare questi problemi, occorre fare attenzione quando si cambia obiettivo, cercando di essere veloci e di non lasciare mail il sensore esposto, se non per il minimo tempo necessario. Attenzione in caso di vento e pioggia, o trovandosi nei pressi di una cascata. In caso, può essere utile cercare di schermare gli elementi naturali, facendo scudo col corpo. Anche la pulizia della borsa fotografica o dello zaino è importantissima, poiché se riponiamo la fotocamera in un luogo sporco, contribuiamo a far sì che polvere e simili si insinuino al suo interno.

La D810, con il Nikkor 24-70 2,8 AFG, con il paraluce montato. Sacchetto di protezione e elastico sul paraluce, per bloccare il sacco in plastica.

La D810, con il Nikkor 24-70 2,8 AFG, con il paraluce montato. Sacchetto di protezione e elastico sul paraluce, per bloccare il sacco in plastica.

Consigli in Sintesi

  • Tenere la macchina sempre a tracolla, anche quando si sta scattando.
  • Usare filtri di protezione (per gli scettici, vedi il discorso di cui sopra).
  • Tenere il paraluce montato.
  • Tenere la borsa (o zaino fotografico) pulita.
  • Portare nello zaino dei sacchetti di plastica trasparente.
  • Se piove e dovete per forza fotografare, estraete la fotocamera solo nel momento dello scatto.
  • Se entrate da in un posto caldo, venendo da uno freddo, aspettate che l’eventuale condensa, sulla fotocamera, si dissipi.
  • Tenete sempre le ottiche con i tappi (anteriore e posteriore) montati.
  • Attenzione a cambiare le ottiche, quando piove, c’è vento, o nevica.
  • In fuoristrada, in bicicletta, assicuratevi che l’attrezzatura sia ben riposta nella borsa e che non subisca le oscillazione del vostro movimento.
  • Non solo il freddo è dannoso, ma anche il caldo. Non lasciate l’attrezzatura esposta direttamente al sole. Non lasciatela in auto, in estate. A parte i ladri…la temperatura può arrivare tranquillamente a 45 gradi, soprattutto nel cruscotto.
  • Se usate un treppiede, assicuratevi che sia stabile e robusto. Ho parlato del treppiede qui: Il Treppiede in Montagna

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Cesare Re

Fotografo e Autore

www.recesare.com

Corsi: FotoPerCorsi

Blog: Fotografare in Montagna

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