Cosa raccogliere lungo i sentieri: piccoli frutti e erbe commestibili | Trekking.it

Cosa raccogliere lungo i sentieri: piccoli frutti e erbe commestibili

Categorie: I nostri consigli
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Fragole, mirtilli, more, lamponi, germogli e piantine… un po’ di idee per “riempire la dispensa” durante le nostre escursioni

Parlare di castagne è fin troppo facile, mentre per i funghi… beh, di questo abbiamo già scritto altrove e poi si rischia di entrare in un argomento un po’ troppo delicato e di sparare qualche strafalcione e prenderci le maledizioni del popolo dei fungaioli incalliti…

Questi due straconosciuti prodotti del bosco non sono però le uniche prelibatezze in cui si può imbattere chi gironzola per sentieri.

Dagli itinerari costieri fino a quelli di montagna basta avere un po’ di pazienza e occhio allenato a frugare nei prati e fra i cespugli per scoprire lungo il cammino tante gustose sorprese, buone da consumare sul posto, così come Natura le ha fatte, o da portarsi a casa, per usarle come ingredienti di qualche sapiente preparazione tradizionale.

Ecco qualche delizia che possiamo trovare facendo “ballare l’occhio” lungo il cammino.

Le fragoline di bosco

ph 1CFIORENZUOLA – Own work (CC BY-SA 4.0)

Sono un superclassico delle prelibatezze escursionistiche. Riconoscerle è facile visto che sono molto simili alle parenti coltivate, ma in versione miniaturizzata.

L’unico rischio è quello di confonderle con la cugina “fragola matta” (duchesnea indica, per la scienza) un’infingarda pianticella che ne imita la forma delle foglie e del frutto. Poco male: la fragola matta non è tossica e dopo il primo assaggio avrete già capito la differenza.

Per evitarvi anche questo dispiacere eccovi edotti sui particolari che fanno la differenza: le fragoline di bosco hanno fiori bianchi, mente quelli delle fragole matte sono gialli; il frutto delle prime è sempre rivolto all’ingiù come una campanellina ed è di un rosso non particolarmente acceso, punteggiato da minuscoli semini, quello delle seconde è più grande e tondeggiante, rivolto all’insù, rosso sfavillante e coperto di piccole protuberanze di identico colore.

Il periodo buono per la raccolta va da maggio all’estate inoltrata e i posti migliori sono quelli esposti ad un’insolazione non eccessiva.

I mirtilli

Se le fragoline sono una goduria a piccole dosi, i mirtilli sono una gioia da grande abbuffata… Sono il frutto della media e alta montagna (crescono fino quasi a 2000 metri) che, per fortunata coincidenza, matura proprio nei mesi di luglio e agosto, quelli ideali per i trekking in quota.

Il pericolo, quando ci si imbatte nel mirtillaio giusto, è quello di sballare tutti i tempi di percorrenza della tappa, persi nell’estasi dei sensi. Quando poi arriverete al rifugio in ritardo per la cena, non potrete nemmeno inventarvi scuse col rifugista, perché mani, labbra e lingua blu riveleranno fatalmente il vostro peccato di gola…

Le more selvatiche

Le more sono un simbolo di ambivalenza e speranza. Sono il frutto del rovo, pianta infestante fra le più ostinate a quote medio basse, pronta a invadere campi e boschi lasciati incolti, scombinando col caos naturale l’equilibrio e l’ordine duramente conquistati dalla mano dell’uomo. La sua irruenza vitale è fatale per quasi tutte le altre specie del sottobosco…

Eppure i suoi fiori e frutti dolcissimi sono essenziali per la sopravvivenza di svariate specie d’insetti, uccelli e piccoli animali. Incontrare le more sul finire dell’estate, lungo qualche sentiero di collina e media montagna, quando tutto attorno annuncia che la festa sta per finire e che presto arriveranno i giorni duri dell’inverno, è poi come un ultimo, prezioso regalo, una goccia di sapore e piacere da gustare con sapienza e, per chi ne conosce l’arte, da conservare in barattolo!

I lamponi selvatici

Sono i parenti “timidi” delle more: meno esuberanti nella vitalità vegetazionale, meno spinosi e respingenti e più delicati (anche un poco asprigni) nel sapore. Anche loro rappresentano un apprezzato incontro estivo lungo i sentieri di collina e media quota.

Il tarassaco

È giunto il momento di passare dal piccolo mondo dei frutti di bosco all’universo delle erbe commestibili e lo facciamo partendo da una delle piante in assoluto più diffuse.

È quella dai fiori gialli, gioia di api e mosconi allo sbocciare della primavera, che con l’avanzare della stagione si trasformano magicamente in quei “soffioni” con cui tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo giocato.

In tempi più austeri dei nostri le foglie del tarassaco, dal gusto amarognolo e ad alto contenuto di ferro e vitamine, erano la lattuga di chi non poteva permettersi spese per le sementi dell’orto o primizie da acquistare al mercato…

Oggi, sulle tavole più raffinate, i suoi petali gialli abbelliscono le insalate e profumano frittate e risotti.

La cicoria

Come il tarassaco anche la “santa cicoria” ha alleviato, nei secoli, le pene di migliaia di pance proletarie… Erba comunissima, soprattutto nelle campagne di pianura, è ricca di vitamina C e di essa si mangiano tanto le foglie (crude e cotte), quanto i germogli.

L’ingegno popolare, aguzzato dalla necessità, ha anche imparato a combinarla in ricette tanto semplici quanto gustose, come le “nfucate” salentine che, forse per assonanza col nome, pare siano propizie per attizzare altri appetiti, oltre a quello della tavola…

L’ortica

Anche questa non è un’erba che richieda particolare perizia per esser trovata… Se però la volete mettere nel piatto vi conviene raccoglierla in primavera, quando le piante sono ancora giovani e le foglie tenere.

Per neutralizzare il suo potere irritante è già sufficiente lasciare le foglie a bagno in abbondante acqua fredda, ma con la cottura sarete sicuri di avere tutto il buono dell’ortica (calcio, potassio, magnesio, vitamina C e A e un aroma niente male) scansandone ogni rischio.

Nei ricettari, come nei prati, non faticherete a vederla spuntare tra frittate, ripieni, zuppe, risotti, polpette e sformati perfino!

La borragine

ph Giancarlo Dessì (CC BY-SA 3.0)

La natura l’ha fatta crescere fra “le viuzze che seguono i ciglioni” e il parsimonioso ingegno dei liguri non se l’è certo fatta sfuggire: è lei che fa la differenza fra la banalità del raviolo commerciale e la commozione del pansoto della sciâ Màia

La borragine si trova ai margini delle strade di campagna e dei campi incolti e, arte del pansoto a parte, si mangia tutta e sempre: le foglie più tenere si possono lessare, mangiare crude in insalata, o usare per insaporire farinate e frittate; quelle più grandi vanno giù bene una volta impanate e fritte; i fiori fanno da gustosa decorazione delle pietanze.

La silene rigonfia

ph Enrico Blasutto – Own work (CC BY-SA 4.0)

Qui la ricerca comincia a richiedere occhio ed esperienza. Il pomposo nome che le ha affibbiato la lingua italiana non rende giustizia alla discrezione con cui, in primavera, le tenere foglie di questa piantina spuntano fra l’erba dei prati. Occorre piegare la schiena a fare parecchia strada per metterne nel cesto quanto basta ad insaporire col suo gusto dolce e delicato minestre, risotti, ripieni e frittate.

Un trucco per scovarla: aspettate che cresca e che i suoi steli si levino alti e carichi dei caratteristici fiori a palloncino che, una volta secchi, producono, se schiacciati, quel curioso scoppiettio cui si ispirano tanti suoi nomi dialettali: strigoli, stridoli, s-ciopit, sclopit, s-ciopetin, ecc. Allora le foglie saranno divenute già troppo coriacee per essere mangiate, ma, con buona memoria, saprete dove cercare la primavera a venire!

L’asparago selvatico

La differenza è un po’ la stessa che passa fra le fragoline di bosco e le fragolone coltivate: qualità contro quantità!

Gli asparagi selvatici sono molto più piccoli di quelli che si possono comprare al mercato, ma sono anche molto più saporiti e, dopo aver assaggiato il primo risotto col “selvatico”, vi sarà molto difficile tornare indietro…

Queste delizie non sono altro che i germogli di una pianta spinosa della famiglia delle liliacee, che cresce nelle zone di pianura e collinari in prossimità dei boschi o di aree incolte.

Ovviamente sono molto ricercati e in molte aree la loro raccolta è sottoposta a vincoli di legge per tutelarne la sopravvivenza. In generale occorre sempre molto attenti a recidere il germoglio senza danneggiare o asportare le radici o altre parti vitali della pianta.

DISCLAIMER:

Al mondo ci sono le bacche e le erbe commestibili, ma pure quelle non commestibili o addirittura tossiche. Indi per cui: raccogliere e manducare solo se si è perfettamente certi dell’identità della “preda”, altrimenti limitatevi ad ammirare, che tanto in natura nulla va sprecato!

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A proposito dell'autore

Serafino Ripamonti

Dal 1995 lavora nel campo del giornalismo e della comunicazione legata al mondo della montagna e degli sport outdoor, collaborando con riviste specializzate, quotidiani e uffici stampa. L’esperienza professionale, unita alla pratica diretta delle varie specialità degli sport di montagna (è membro del Gruppo Ragni della Grignetta, uno dei più prestigiosi gruppi d’elite dell’alpinismo italiano) gli consentono di realizzare, direttamente “sul campo”, servizi e reportages, che uniscono un’accattivante ed efficace esposizione giornalistica dei contenuti ad un elevato livello di competenza tecnica. Dal 2007 collabora in pianta stabile con Verde Network e con la redazione della rivista TREKKING&Outdoor.

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