Mountain bike elettrica: cos'è e come funziona | Trekking.it

Mountain bike elettrica: cos’è e come funziona

Categorie: I nostri consigli
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Le mountain bike a pedalata assistita o e-MTB sono un po’ la “scoperta” e la moda del momento.

Da qualche tempo a questa parte sentieri e sterrate si sono popolati di cicloamatori in sella un nuovo tipo di due ruote, che consente anche ai meno allenati di affrontare le fatiche dei percorsi di montagna

Tanti appassionati storcono il naso davanti a questa “diavoleria” che forse finisce per privare il ciclismo di uno dei suoi “miti fondanti”: quello della fatica, della tenacia e dell’impegno come viatico per raggiungere e superare i propri limiti e obiettivi.

Diciamo che, più che agli sportivi, questo tipo di biciclette si rivolge probabilmente ai cicloturisti, a quelli che in bici ci vogliono andare per godersi i bei panorami e l’immersione nella natura, senza per questo dover sputare i polmoni e ritrovarsi con i quadricipiti incendiati.

Biciclette o ciclomotori?

Da qui, dunque, la prima domanda per entrare in argomento: questi aggeggi funzionano davvero?

Se per funzionare intendete “che ci posso andare senza pedalare”, la risposta è: no!

Il motore elettrico delle E-Mtb non è pensato per funzionare al posto della pedalata, ma per assisterla, appunto, sobbarcandosi parte dello sforzo. In sostanza: se non pedali il motore non entra in funzione. Se vi state domandando il perché, la risposta la dovete cercare nel campo legislativo, ancor prima che in quello tecnico.

Le E-Mtb, infatti, fanno parte della grande famiglia delle e-bike o biciclette a pedalata assistita o EPAC (Electric Pedal Assisted Cycle) o Pedelec (Pedal Electric Cycle), che la legge italiana e le normative europee, nel rispetto di determinati parametri, consentono di assimilare sotto l’aspetto normativo, ai comuni velocipedi a pedali (leggi biciclette).

Così recita il Codice della Strada: “I velocipedi sono i veicoli con due o più ruote funzionanti a propulsione esclusivamente muscolare, per mezzo di pedali o di analoghi dispositivi, azionati dalle persone che si trovano sul veicolo; sono altresì considerati velocipedi le biciclette a pedalata assistita, dotate di un motore ausiliario elettrico avente potenza nominale continua massima di 0,25 KW (250W) la cui alimentazione è progressivamente ridotta ed infine interrotta quando il veicolo raggiunge i 25 km/h o prima se il ciclista smette di pedalare.”

Appartenere alla famiglia dei velocipedi ha i suoi vantaggi: nessuna necessità di immatricolazione e targa per loro, né obbligo di assicurazione o possesso di patente. Ovviamente libero accesso alle piste ciclabili e ai luoghi dove i veicoli a motore sono interdetti (sentieri, ecc…).

Le biciclette elettriche con motore che sostituisce in toto la pedalata o che non si disattiva al di sopra dei 25 km/h o con potenza superiore ai 250 Watt, non possono invece rientrare nell’eletta schiera dei velocipedi e sono in sostanza soggetti alle stesse norme cui debbono sottostare i ciclomotori.

Come funziona la pedalata assistita?

Chiarite le caratteristiche che fanno l’identità dell’e-bike si può passare alla domanda successiva: quando e come il motore entra in funzione?

Il fulcro di tutto è il sistema di sensori con cui le e-bike sono equipaggiate, che rileva quando si comincia a pedalare, fa partire il motore elettrico e regola l’assistenza allo sforzo fisico.

Le “normali” e-bike, quelle ideali per l’utilizzo sui percorsi urbani, di solito montano sensori che rilevano semplicemente la rotazione dei pedali.

Con questo equipaggiamento il motore non entra immediatamente in funzione. Nelle partenze occorre fare circa mezzo giro di pedale spingendo con le proprie forze prima che il sensore “si accorga” che stiamo pedalando.

Da quel momento in poi, però, il motore procede nell’erogare la propria potenza indipendentemente dal nostro sforzo. In pratica possiamo lasciare che sia lui da solo a spingere la bicicletta, limitandoci a una “pedalata simbolica”, ovvero a far girare i pedali (altrimenti il motore si fermerebbe) pur senza applicare su di essi alcuna pressione.

Ph courtesy www.haibike.com

Questa soluzione è sicuramente molto comoda, ma, soprattutto su percorsi con presenza di lunghi tratti in salita come possono essere quelli che si affrontano su piste e sentieri di montagna, risulta estremamente dispendiosa dal punto di vista del consumo energetico della batteria e dunque dell’autonomia della nostra bicicletta.

È proprio per evitare di trovarsi “a piedi” nel giro di pochi chilometri (e per essere immediatamente assistiti nelle faticose partenze in salita) che le e-MTB sono equipaggiate con sensori di coppia piuttosto che con sensori di rotazione dei pedali.

Con questo secondo sistema quella che viene rilevata è la forza impressa sui pedali. In questo modo il motore entra in azione immediatamente, non appena viene rilevata la pressione del piede sul pedale, assistendo la pedalata già nella fase di partenza, per poi contribuire allo spostamento in modo proporzionale: più intenso è lo sforzo di chi pedala, più aumenta la potenza fornita dal motore (si pensi ad esempio alle situazioni in cui si vuole aumentare la velocità o si affronta una salita).

Con questo tipo di sensori non esiste pedalata simbolica: bisogna spingere per davvero e fare un po’ di fatica, anche se attenuata rispetto a quella richiesta nelle medesime situazioni da una bicicletta tradizionale.

Lo stile di pedalata risulta più naturale l’autonomia del motore elettrico molto più ampia e anche il suo intervento di assistenza è più tempestivo e “intelligente”.

Quanta fatica si fa?

Pedalare bisogna pedalare e non certo per finta! Detto questo, la centralina elettronica installata sul manubrio delle E-Mtb solitamente consente di programmare diversi livelli di assistenza, quindi di decidere quanto il motore elettrico debba cooperare alla spinta delle gambe.

Per chiarire le cose bisogna ragionare in termini di potenza erogata, quindi di Watt, e di percentuali.

I motori delle e-MTB, nelle modalità a più basso livello di assistenza, erogano una potenza pari più o meno al 50% di quella prodotta dai muscoli del ciclista.

Quindi, se lo sforzo che sto imprimendo sui pedali è pari a circa 80W, il motore ne aggiunge altri 40. Se spingo per 120W, il motore elettrico ce ne mette altri 60, e via crescendo fino al raggiungimento della potenza massima erogabile dal motore (250W) o della velocità massima (25 Km/h) oltre la quale l’assistenza si disinnesca automaticamente.

Impostando livelli di assistenza superiori il motore può intervenire con un contributo di potenza fin oltre il 250% di quella erogata dal ciclista (ovviamente sempre nei limiti sopra ricordati).

Ph courtesy www.bikes.com

Queste poche cifre fanno capire chiaramente che, con una e-MTB, abbiamo la possibilità di affrontare percorsi molto più impegnativi, almeno sotto l’aspetto atletico, di quelli che, a parità di allenamento, potremmo affrontare con una mountain bike tradizionale.

Vale la pena di sottolineare che quanto detto sopra vale esclusivamente per l’impegno che gli itinerari richiedono in termini di sforzo fisico.

La difficoltà dei percorsi fuoristrada non è data solo dall’aspetto atletico, ma anche dal livello di esperienza e tecnica richiesti.

In questi ambiti la presenza del motore elettrico non può dare alcun tipo di assistenza, anzi, la spinta generata dal motore rappresenta un fattore in più che entra in gioco e che bisogna imparare a gestire durante la guida, comprendendo come questo si comporta nelle diverse situazioni e come influisce sulla tenuta di strada nelle diverse situazioni e sui diversi terreni.

Quanti chilometri si possono fare?

Dare una risposta secca alla domanda “quanti chilometri si possono fare con la pedalata assistita”, non è possibile.

Come già avrete capito dalle argomentazioni precedenti i fattori che influiscono sul consumo energetico sono molteplici.

Si va dalle caratteristiche della bicicletta (la capacità della batteria, l’efficienza del motore, il livello di assistenza selezionato, ecc.) a quelle dell’itinerario (pendenza, aderenza del terreno, vento favorevole o contrario, temperatura, ecc.), fino all’elemento umano (caratteristiche fisiche del ciclista, rapporti utilizzati, stile di guida, ecc.).

Azzardando un’approssimazione possiamo dire che una e-MTB di buona qualità può garantire un’autonomia che va dai 50 ai 100 Km. Ovviamente si parla di modelli attrezzati con batterie al litio dalla capienza di almeno 400 o 500 w.

Le batterie poi non sono eterne e, dopo un po’ di decine di cicli di ricarica, le loro prestazioni cominceranno a decadere gradualmente e quindi i chilometri di autonomia a ridursi. Diciamo che la vita utile di una batteria di buona qualità e ben tenuta può arrivare al massimo a 450/500 cicli di ricarica.

Cosa succede se resto a piedi?

Quando la batteria della vostra e-MBT si esaurisce il motore smette di funzionare e… siete del gatto!

No, scherzi a parte: una volta che la pedalata assistita è fuori gioco la bicicletta elettrica diventa né più né meno che una normale bicicletta a pedali.

Insomma, se avete fretta di tornare a casa dovrete viaggiare con la sola forza delle vostre gambette: non sarà un’esperienza tragica come quella che capitava negli anni ’80 quando rimanevi senza benzina con il Ciao e ti toccava pedalare fino dal distributore, ma sotto la sella avrete comunque un “cancello” di una ventina di chili di peso

Se i vostri tempi non saranno così contingentati, potrete fermarvi al bar, sganciare la batteria dall’alloggiamento e, mentre vi rifocillate con panino e birretta, effettuare la ricarica.

I tempi medi per “fare il pieno” alle batterie più performanti sono fra le 3 e le 4 ore, ma, poiché gli accumulatori al litio non hanno il problema della “memoria”, potrete interrompere la ricarica in qualsiasi momento, senza timore di danneggiarne la funzionalità.

Qualche informazione in più…

Nel video che condividiamo di seguito trovate ulteriori informazioni ed esaustivi dettagli tecnici sulle caratteristiche delle e-MTB.

Consigli per gli acquisti…

A proposito dell'autore

Serafino Ripamonti

Dal 1995 lavora nel campo del giornalismo e della comunicazione legata al mondo della montagna e degli sport outdoor, collaborando con riviste specializzate, quotidiani e uffici stampa. L’esperienza professionale, unita alla pratica diretta delle varie specialità degli sport di montagna (è membro del Gruppo Ragni della Grignetta, uno dei più prestigiosi gruppi d’elite dell’alpinismo italiano) gli consentono di realizzare, direttamente “sul campo”, servizi e reportages, che uniscono un’accattivante ed efficace esposizione giornalistica dei contenuti ad un elevato livello di competenza tecnica. Dal 2007 collabora in pianta stabile con Verde Network e con la redazione della rivista TREKKING&Outdoor.

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