Clima: una voce dissonante dal coro dei gretini | Trekking.it

Clima: una voce dissonante dal coro dei gretini

Categorie: Focus, News
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Nessuno può dubitare della nostra posizione. Mia personale e della rivista che dirigo. Tuttavia, di fronte al delirio mediatico scatenato dal “fenomeno Greta”, rimango molto perplesso. E sospettoso.

Con la certezza che questo intervento attirerà critiche, scomuniche e anatemi da tutti quelli che hanno scoperto, purtroppo solo oggi, che siamo veramente nei guai, mi preme specificare che qualunque azione volta a sensibilizzare gli esseri umani sul tema del cambiamento climatico trova il mio e nostro – come rivista che si occupa di turismo sostenibile – totale appoggio.

Purtroppo, ho la pessima sensazione che il “fenomeno Greta”, senza mettere in dubbio l’innocente furia di una ragazzina di sedici anni, abbia ben altre radici e scopi, anche se vorrei essere clamorosamente smentito da fatti ed evidenze.

Clima: i dati

Polar bear on an ice floe – Bigstockphoto

Ben prima che diventasse una “moda”, negli ultimi quindici anni sulle pagine di TREKKING&OUTDOOR mi sono sempre battuto, con tutta la redazione, per tentare, almeno, di portare a conoscenza di un pubblico attento e sensibile le problematiche legate alla sempre più imminente catastrofe ambientale.

Su queste pagine, in tempi non sospetti, e spesso siamo stati gli unici, abbiamo pubblicato i resoconti dei vari panel per il Climate Change. E combattuto battaglie per tutelare i nostri territori dall’ingordigia dei predatori dell’ambiente.

I dati, quelli veri e non gli slogan di facile presa, diramati in questi giorni dall’IPCC (il comitato scientifico dell’ONU sul clima), raccontano, in modo tragicamente elementare, questo scenario:

  • Oceani sempre più caldi, sempre più acidi e poveri di ossigeno, sempre più inospitali per vegetali e animali.
  • Ghiacciai e calotte polari in degrado sempre più rapido, molti al limite dell’estinzione, con conseguente innalzamento dei livelli marini.
  • Eventi metereologici – cicloni, alluvioni, ondate di calore, siccità – sempre più frequenti e devastanti.

I numeri della catastrofe

Plastic Pollution In Ocean – Turtle Eat Plastic Bag – Environmental Problem – Bigstockphoto

Gli oceani, dal 1970, si sono riscaldati senza interruzione assorbendo oltre il 90% del calore in eccesso del sistema climatico. Dal 1982 le ondate di calore marine si sono moltiplicate in frequenza e intensità, e dal 1993 il tasso di riscaldamento degli oceani è più che raddoppiato.

Assorbendo maggiori quantità di CO2 dall’aria, i mari si sono acidificati, inoltre l’acqua calda assorbe meno ossigeno e rimane in superficie, provocando una grave carenza di ossigenazione degli strati profondi, riducendo drasticamente la proliferazione di piante e animali, e ha di fatto già distrutto la popolazione mondiale di corallo, costringendo molta fauna marina a migrare in cerca di acque più fresche e ossigenate.

Sulla terraferma, il riscaldamento globale provocato dalle emissioni dei gas serra – inesorabilmente imputabili all’azione umana – sta riducendo in modo vertiginoso le masse glaciali e soprattutto il permafrost, innescando un processo irreversibile di rilascio in atmosfera di ulteriori immense quantità di CO2 finora imprigionate, da milioni di anni, nel terreno ghiacciato.

Aerial drone view of glacial river system transporting water from the melting glaciers of Vatnajokull, Iceland. Global warming and climate change concept – Bigstockphoto

Escludendo la Groenlandia e l’Antartide, i ghiacciai del pianeta hanno perso, tra il 2006 e il 2015, 220 miliardi di tonnellate annuali di ghiaccio che, trasformato in acqua, provoca un aumento del livello dei mari di 0,61 millimetri all’anno.

Sembra una cifra irrisoria, considerata fine a se stessa. Ma se a questa aggiungiamo lo scioglimento delle masse glaciali di Groenlandia Antartide (il giaccio dell’Artico non entra nel computo poiché si trova già in acqua), tutti i maggiori enti di ricerca mondiali – tra cui la NASA – stimano un aumento del livello dei mari, entro la fine di questo secolo, di 90 centimetri.

Altre fonti scientifiche, molto più prudenti, dichiarano questo innalzamento dei mari in “soli” 60 centimetri da qui al 2100. Che in parole semplici significa che almeno il 60% delle aree costiere del pianeta verrà sommerso!

Ma la stima che vede le masse glaciali sulla terraferma perdere oltre l’80% del loro volume entro la fine di questo secolo non coinvolge solo i mari, ma, ben prima e ben più gravemente per il mondo animale – uomo compreso – un crollo delle forniture idriche nelle zone abitate.

Poca acqua, agricoltura al collasso, siccità, carestie, migrazioni bibliche verso i pochi territori ancora vivibili sono le conseguenze meno traumatiche. Su queste pagine, da almeno quindici anni, questi sono gli argomenti che cerchiamo di portare a conoscenza di chi rifiuta l’indifferenza. Perciò, di cosa vogliamo iniziare a parlare?

Analisi di un fenomeno mediatico

ROME, ITALY – April 19, 2019: Swedish climate activist Greta Thunberg attending Fridays For Future (School Strike for Climate) protest in front of a huge crowd near the Colosseum – Bigstockphoto

Nessuno può dubitare della nostra posizione. Mia personale e della rivista che dirigo. Tuttavia, di fronte al delirio mediatico scatenato dal “fenomeno Greta“, rimango molto perplesso. E sospettoso.

Perché quando le proteste sono “generalizzate” invece che mirate, e usano slogan banali ma di effetto, invece che dati ed evidenze, mi viene sempre il dubbio che, dietro, ci siano “Poteri senza volto” che hanno tutto l’interesse a creare il caos e la disinformazione per poter continuare, indisturbati, a trafficare, manipolare, rubare.

Senza curarsi se le loro azioni sconsiderate e finalizzate all’accumulo di ricchezza porteranno il pianeta al collasso.

Sui manuali degli spin doctor d’assalto si possono trovare, in modo pedissequo, le strategie e i modi per la creazione, lo sviluppo e l’affermazione di qualsiasi “fenomeno Greta”: trova il soggetto giusto; insegnagli i rudimenti dell’arte oratoria e teatrale; mettigli in bocca frasi d’effetto, semplici ma dirompenti, e il pubblico si farà condizionare non dal contenuto del messaggio, ma dal tono con cui viene espresso.

Una ragazzina svedese (uno dei paesi con il più alto livello di qualità della vita), che a sedici anni decide di prendersi qualche “anno sabbatico” dalla scuola e dallo studio, e “per non inquinare” elimina l’aereo e sceglie di fare una crociera atlantica fino a New York, ma non su una delle tante navi cargo che attraversano l’oceano, bensì su uno degli yacht più prestigiosi della flotta di Montecarlo – dove risiedono i capitali dei più potenti oligarchi, petrolieri e faccendieri della Terra – messo a disposizione della fondazione del Principe di Monaco, e arriva alle Nazioni Unite a declamare, con una straordinaria e altrettanto innaturale capacità teatrale di toni e pause, che “gli adulti le hanno rubato l’infanzia e il futuro“, mi si perdoni la diffidenza, qualche sospetto lo crea.

Chi sono i bambini senza futuro?

Esistono, purtroppo, i bambini senza futuro, a cui è stata rubata l’infanzia. Sono quelli che a otto/dieci anni lavorano come schiavi e muoiono nelle miniere di diamanti africane. E i diamanti, fino a prova contraria, non sono un bene di prima necessità!

Sono le bambine vendute a cinque anni per diventare schiave sessuali. Permettendo alla famiglia, coi soldi ricavati, di comprarsi un televisore.

Sono i ragazzini che lavorano a cinquanta centesimi al giorno, in fabbriche-lager del sudest asiatico che producono i vestiti che indossiamo. O i “niños de Rua” che cercano di sopravvivere nelle fogne delle megalopoli sudamericane.

Ma questi, purtroppo, non hanno dietro alcun apparato mediatico capace di portare le loro grida davanti a miliardi di telespettatori.

Greta, invece, incarna il perfetto prototipo dell’adolescente senza valori. Imbottito, con pragmatico cinismo da chi non vuole che si guardi oltre la cortina della superficialità, di slogan “buonisti” e generalisti senza contenuto che, urlati nel modo giusto, fanno presa su altrettanto vuoti adolescenti in attesa di qualcuno che provochi una scossa di adrenalina in esistenze piatte e monotone.

I “giovani” che sono scesi in piazza sono gli stessi che, a un colloquio di lavoro, chiedono “qual é lo stipendio e a quante ferie hanno diritto” prima ancora di capire se quel lavoro lo sanno fare.

Sono i ragazzi muniti di cellulari che costano uno stipendio e che vengono cambiati ogni sei mesi perché “obsoleti”; per la cronaca l’impatto ambientale di smartphone e dispositivi elettronici è uno dei più nocivi per il pianeta, a causa delle immense quantità di gas serra che sprigiona il loro processo produttivo, calcolato nel 2040 al 14% della carbon footprint globale – parametro che viene utilizzato per stimare le emissioni gas serra causate da un prodotto – esattamente quanto il totale emesso dai mezzi di trasporto.

Inoltre, più i telefoni diventano potenti più “costa” produrli in termini ambientali (iPhone 7 Plus produce il 10% di CO2 in più rispetto al 6S), più richiedono alimentazione e occupano risorse dei server cui sono connessi, aumentando le emissioni a livello esponenziale. Quanti di questi ragazzi, che urlano di aver diritto a un mondo migliore, sarebbero disposti a rinunciare allo status symbol di questa epoca?

Quanti, dopo che l’hanno pretesa come un bisogno primario, sarebbero disposti a rinunciare all’aria condizionata nelle aule e nei luoghi di lavoro, o alle temperature torride negli uffici in pieno inverno per poter sfoggiare i completini alla moda?

Questi sono i ragazzi che poi, finita la manifestazione, vanno a mangiare nei fast food o nei “baretti” di tendenza, dove lo spreco alimentare globale è calcolato in milioni di tonnellate di derrate che potrebbero sfamare intere nazioni povere.

Questi sono i ragazzi che gridano di voler un mondo pulito e nuovamente integro, ma se gli chiedi come ci si dovrebbe comportare per avere atteggiamenti responsabili, se ne escono con una serie di banalità insulse nello stile “peace and love” di jovanottiana memoria.

E, alla domanda “cosa bisogna fare” ti rispondono che è un problema nostro – che a loro avviso il disastro l’abbiamo creato – e non loro, che si ritengono “vittime”. Ma tutte smartphonemunite e firmate. Potrei andare avanti all’infinito, ma rischierei di essere noioso.

La manipolazione

Questa chiamata alla piazza, basata su slogan e non su consapevolezza, sa tanto di manipolazione.

Questi ragazzi, domani, torneranno alle loro vite “social” e virtuali, convinti di aver dato “uno scossone” a chi governa il mondo, dimenticando, per comodità, pigrizia e incapacità, che sarebbero necessari sacrifici immani, da parte di tutti, nell’immediato, e non per modificare o arrestare il declino ambientale – azione che l’uomo ha certamente innescato ma che ormai si autoalimenta, a prescindere da qualsiasi nostra volontà – ma almeno per rallentare l’agonia della razza umana sul pianeta.

E chi, realmente, governa il mondo con l’unico obiettivo di sfruttarlo fino al collasso, avrà buon gioco a usare come paravento le masse acritiche di “giovani” che, indottrinabili e aggregabili intorno a slogan elementari ma incapaci di esprimere strategie concrete, sono altrettanto sconfessabili da chi conosce la realtà. Creando appunto il caos in cui il malaffare, la speculazione e la predazione imperano.

Il mio sospettoso pessimismo deriva da una semplice constatazione. Queste masse di giovani sono goliardiche, epidermicamente sostenibili nella loro richiesta di un “mondo migliore”. Ma manca il requisito fondamentale alla base di ogni “rivoluzione”: la Rabbia. È la Rabbia che spinge a combattere e a rovesciare un sistema.

Ma la Rabbia è un sentimento impegnativo, che esige abnegazione, dedizione, rinunce. Atteggiamenti che il mondo di oggi ha dimenticato.

Escludendo il patetico sguardo torvo di Greta, anche questo a mio avviso studiato a tavolino da un abile scenografo per quanto è irreale e innaturale, non ho visto alcuna rabbia, nei gretini, ma solo frasi preconfezionate imparate a memoria. Come se la realtà fosse, semplicemente, l’ennesima rappresentazione teatrale da recitare. Poi, finito il gioco del “salviamo il pianeta”, si schiaccia play again e si ricomincia con un altro divertimento.

In tutti i miei pensieri, spero che la realtà mi smentisca su tutto e che davvero i gretini riescano a innescare un processo che almeno rallenti, in qualche modo, questa corsa incontrollata all’estinzione dell’umanità. Ma temo sia una speranza vana…

dI Michele Dalla Palma

 

Big bird standing on a hill above icebergs in Jokulsarlon glacier lagoon. Global warming and climate change concept with melting ice. Base of the Vatnajokull glacier at Jokulsarlon, Iceland.

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A proposito dell'autore

Michele Dalla Palma

Giornalista e fotografo, esploratore e grande viaggiatore, ho realizzato molte spedizioni e centinaia di reportages, in ogni continente, per la stampa italiana e internazionale; sono Direttore Responsabile della rivista TREKKING&Outdoor, una delle testate più qualificate sul mercato italiano nell’ambito del turismo responsabile.

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