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Stiamo perdendo la nostra natura selvaggia

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Negli ultimi 25 anni un decimo della natura selvaggia sulla Terra è scomparso

Il nostro limitato orizzonte di vita, probabilmente, tende a farci perdere di vista la reale consistenza dello scorrere del tempo. Il nostro Pianeta ha sulle spalle la bellezza di 4 miliardi di anni, qualcuno potrebbe pensare che sia piuttosto anziano, ma tale considerazione potrebbe costituire un altro bell’abbaglio. Infatti non ci è dato sapere quale sia il destino temporale del nostro pianeta e, quindi, non possiamo nemmeno valutare se sia giovane o meno.

Sappiamo solo che da quando l’uomo ha mosso i primi passi sulla terra, questo bel pianeta blu, grazie alla sua atmosfera e alla forza di gravità, ha creato un ecosistema adatto alle nostre condizioni di vita. L’unico onere che abbiamo verso questo pianeta e verso le generazioni che lo abiteranno è quello di incidere il meno possibile, rendendo la nostra presenza a basso impatto.

 Questa premessa, forse troppo filosofica, è pero utile per far capire bene l’entità dei risultati di un recente studio condotto da alcuni ricercatori australiani dell’Università del Queensland e pubblicato su Current Biology . Questo studio ha accertato la scomparsa di oltre un decimo delle natura selvaggia del pianeta nell’ultimo quarto di secolo. In pratica dal 1993 a oggi, sono stati distrutti 3,3 milioni di chilometri quadrati di habitat naturali incontaminati che, per intenderci meglio, corrispondono ad una superficie pari a 2 volte quella dell’Alaska.

Quando parliamo di natura selvaggia, intendiamo proprio quegli habitat che il probabilmente il nostro immaginario ci suggerisce, con la tundra o la savana, piuttosto che il deserto, la steppa o le foreste tropicali. Non a caso uno degli ambienti più colpiti è proprio quella dell’Amazonia, seguito dalle aree dell’Africa Centrale.

Ma cosa potrebbe succedere se la distruzione di aree incontaminate proseguisse a questi ritmi? La risposta è più che allarmante, il rischio sarebbe di vedere la scomparsa completa di questi ambienti nel giro di nemmeno un secolo, nel 2100 potremmo trovarci in un pianeta spoglio di più habitat di questo tipo, con conseguenze immaginabili sul nostro ambiente e sulla stessa vita. Facendo una fotografia dello stato di fatto della situazione ambientale nel pianeta possiamo affermare che le aree ancora prive dell’impronta umana ammontino al 23% delle terre emerse e siano concentrate in Nord America, nell’Africa Sahariana, in Siberia e nell’Australia Centrale.

Il rapporto FAO sullo stato delle foreste

Queste informazioni trovano conferma nel rapporto Fao sullo stato delle foreste mondiali. In questo documenti oltre alla fotografia dello stato delle foreste del pianeta, si specificano i principali utilizzi che l’uomo fa dei terreni disboscati e sottratti alle foreste, nell’ordine si tratta di:

  • Terreni destinati all’agricoltura in larga scala: Circa il 40%
  • Terreni per attività agricole locali: Circa il 33%
  • Terreni per realizzazione di infrastrutture: Circa il 27%

Su Nature è stato pubblicato un articolo che riporta i risultati del rapporto FAO e che aggiunge alcuni interessanti particolari. Primo fra tutti come la propensione ecologica dell’uomo non riesca a contrastare in modo efficace gli effetti dell’aumento della popolazione, per lo meno nel periodo 1992 – 2009. Un secondo aspetto rilevante riguarda invece le aree maggiormente interessate dall’impatto dell’uomo, che corrispondono a quella che hanno maggiore biodiversità, da un lato, e reddito pro capite più basso, dall’altro. Quest’ultima condizione purtroppo interessa il 75% del pianeta che, infatti, sta subendo forti pressioni dell’impronta umana (human footprint) che rischiano di compromettere ancora molti habitat naturali.

Gli effetti della deforestazione in Amazonia

Un dato interessante che merita un’approfondita riflessione, riguarda l’impatto sull’ambiente delle aree del mondo in cui l’economia è più forte e la legislazione anticorruzione più efficace,  che possono vantare una migliore efficacia anche nelle politiche ambientali ma, questo dato, deve essere letto bene. Prima abbiamo ricordato come l’agricoltura intensiva occupi circa il 40% dei terreni disboscati, questa agricoltura è destinata in larga parte ad ottenere alimenti per gli allevamenti intensivi. Questi ultimi però sono quasi sempre dislocati in aree economiche più disagiate, per poi vedere le carni esportate nei paesi più ricchi. Come accade in Amazonia dove il 40% della carne prodotta viene esportata per il consumo europeo.

Rimboschimento e consumi  consapevoli come possibili soluzioni

Trovare soluzioni non è cosa semplice, un altro studio  pubblicato su Nature ha dimostrato come diversi interventi di riforestazione ad opera dei Governi non siano stati così efficaci e, probabilmente, sarebbe necessario che ci fossero degli accordi a livello internazionale per porre un freno all’agricoltura intensiva, causa primaria di questo declino. Uno dei più grandi programmi di riforestazione al mondo, il China’s Grain-for-Green Program (GFGP), nel tentativo di incrementare le foreste nel paese ha avuto l’indesiderato effetto di diminuire la biodiversità a causa dell’utilizzo di monoculture. Questa pratica ha avuto effetti anche sulle varietà di uccelli e api presenti nella provincia di Sichuan e hanno concluso che la scarsità di specie vegetali presenti non ha giovato alla biodiversità animale.

Questo è quello che rimane di una deforestazione

La FAO ha spiegato come la biodiversità, la riforestazione e l’agricoltura devono sempre essere parti di uno stesso piano i Governi che vogliano affrontare la questione in modo serio e strutturato, non possono non considerare in modo unitario tutti questi aspetto. La cosa che preoccupa davvero  è come queste notizie rimangano sempre ultime tra le preoccupazioni dei nostri Governi e di noi cittadini, probabilmente le migliaia di notizie (vere e false) che ogni giorno ci bombardano lasciano poco spazio ha problemi che potrebbero sembrare più lontani. La realtà è ben diversa, perché anche i problemi e le crisi hanno una gerarchia, che prima ancora della crisi economica e della crisi culturale che affligge la nostra epoca è la crisi climatica ed ambientale che rischia di sconvolgere delicati equilibri planetari. 

La tipica frase che ci ripetiamo in queste circostanze suona più o meno così “ma noi cosa possiamo farci?“, ma è una favola che ci raccontiamo per giustificare il nostro immobilismo, invece ciascuno di noi ha un grande potere in mano, perché le uniche rivoluzioni che possono funzionare sono quelle che partono dal basso, dai cittadini e dalle loro abitudini.

Tutto questo è effetto dei nostri consumi, a partire da quelli energetici, passando per ciò che indossiamo per finire alla nostra alimentazione. Iniziamo tutti ad essere più responsabili nei nostri consumi, più sostenibili, magari inizieremo da soli e proseguiremo con i nostri familiari. Oggi siamo in comunicazione costante, i social media possono aiutare la diffusione di buone pratiche ed iniziative, non resta che prendere un impegno con se stessi e provare a cambiare il mondo.

A proposito dell'autore

Massimo Clementi

Web Content Manager di Trekking.it. Social media, scrittura e contenuti sono il mio pane quotidiano. Appassionato di montagna, trekking e attività outdoor. Mi prendo cura ogni giorno dei contenuti di trekking.it, mi assicuro che siano di qualità e utili per chi li legge. Cerchiamo di prendere i migliori ingredienti dalla grande giungla di internet per "cucinare" articoli e approfondimenti che sappiano dare valore ai nostri lettori.

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