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Alla scoperta della COSTA dei Trabocchi

Categorie: Italia, Reportage
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La Costa dei Trabocchi: un lungo filo, ora sabbioso e dorato, ora roccioso e frastagliato, che separa le terre verdi d’Abruzzo dal blu dell’Adriatico. Sono i sessanta chilometri di litorale compresi tra Francavilla al Mare e San Salvo, estrema propaggine meridionale della regione.

Un viaggio lungo la Costa dei Trabocchi è un viaggio che sa di onde e di salsedine, che sbuffa vapore al profumo di pesce dalle cucine dei piccoli ristoranti affacciati sul mare, che guarda il sole sollevarsi dall’acqua e colorare il cielo di arancio nelle sue albe magiche.

Un litorale in provincia di Chieti divenuto celebre per quegli scorci che mostrano un Adriatico selvaggio e quanto mai legato ai suoi tratti rurali e marinari. Protagonisti indiscussi del paesaggio sono i trabocchi e i panorami narrati dal poeta Gabriele d’Annunzio nei suoi scritti, lui che su questa costa nacque e visse una parte della sua vita artistica e non. L’appuntamento è in uno degli angoli più affascinanti dell’Abruzzo.

Emozioni in movimento: l’itinerario turistico

Il pontile di Francavilla al Mare (Bigstockphoto / sgar80)

Il profilo del litorale scorre lentamente oltre il finestrino e lascia presto spazio a una vegetazione via via più rigogliosa. Stiamo puntando la nostra bussola verso Sud per esplorare da vicino la costa, in un lungo viaggio che preannuncia gli scenari costieri più suggestivi d’Abruzzo.

Scorci su acque limpide e alte scogliere da un lato; verdi colline, piccoli borghi e un patrimonio storico-culturale unico dall’altra. Il nostro filo d’Arianna sarà proprio la costa con le sue geometrie varie e discontinue, dolci e sabbiose, alte e frastagliate, custodi di una straordinaria biodiversità.

Partiamo da Francavilla al Mare, la porta della Costa dei Trabocchi per chi proviene da Pescara.

Dal suo lungomare sabbioso si stagliano in lontananza i profili del Gran Sasso e della Maiella, mentre nel centro storico il Palazzo Sirena si protende verso l’Adriatico con la sua particolare struttura a torre.

Dal mare è un attimo giungere alla Civitella, l’antico nucleo medievale della città: qui, tra le viuzze e ciò che rimane dei torrioni difensivi, si erge la cattedrale di Santa Maria Maggiore e il convento domenicano che ospita il Museo Michetti, dove ogni anno si svolge un omonimo premio dedicato all’arte contemporanea. Sono infatti questi i luoghi del pittore Francesco Paolo Michetti che sul finire dell’Ottocento scelse Francavilla per sviluppare la sua arte, formando al contempo un vero Cenacolo che riuniva scrittori, scultori, musicisti e altri esponenti della cultura italiana del tempo: Gabriele d’Annunzio, Costantino Barbella, Francesco Paolo Tosti, Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio, giusto per citare i più noti.

Francavilla al Mare, Palazzo Sirena (Ph M. Raccichini)

E dopo aver visitato i luoghi dell’arte, non c’è niente di meglio che una pausa panoramica sulla Torre Ciarrapico, punto di vista privilegiato sulla costa e il mare.

Tornando sul litorale, il viaggio si arricchisce di quelle esperienze che rendono indissolubile il legame con la Costa dei Trabocchi. Incontriamo il signor Donato con il suo banchetto, che vende il pesce catturato alle sei con la sua piccola barca. “Sono 50 anni che faccio questo lavoro, al pomeriggio vado a gettare le reti e le raccolgo il giorno successivo prima dell’alba”. Si avverte nelle sue parole la passione per un mestiere duro e faticoso ma fortunato grazie al contatto diretto con la natura.

Da Francavilla al Mare presto raggiungiamo Ortona, un centro marinaro di antichissima origine che, a differenza del comune confinante, si erge sul mare dall’alto di un promontorio. Il litorale ortonese si arricchisce da subito con due aree tanto differenti quanto suggestive: a nord il Parco comunale Le Dune conserva un raro ambiente dunale ad elevata naturalità, dove piccoli arbusti spezzano la monocromia della sabbia, mentre poco oltre la costa si innalza sulle rocce di arenaria che dominano l’area protetta dei Ripari di Giobbe, un vero must per gli amanti del campeggio.

La statua di San Tommaso, patrono della città, veglia sui pescatori dal molo nord del porto di Ortona (Ph M. Raccichini)

Ortona è uno dei porti principali d’Abruzzo fin dal periodo in cui venne scelta dalla popolazione italica dei Frentani come sbocco sul mare. Passarono i secoli e le popolazioni si susseguirono: nel 1127 fu costruita la Cattedrale di San Tommaso Apostolo, dove vengono conservate le spoglie del Santo, mentre trecento anni più tardi fu la volta del Castello Aragonese.

I pur maestosi edifici – anche quelli di grande valore storico – poco poterono contro la furia dei bombardamenti aerei e terrestri durante la Seconda Guerra Mondiale; nel 1959 Ortona venne insignita della medaglia d’oro al valore civile per le perdite subite. Le testimonianze di questo tragico periodo sono raccolte nel Museo della Battaglia, ospitato nell’ex convento di Sant’Anna, che documenta i drammatici eventi del 1943.

Un silenzio solenne aleggia anche nel cimitero di guerra canadese, che raccoglie le spoglie di oltre 1600 militari del Commonwealth britannico – in maggioranza canadesi – caduti in battaglia nel dicembre del 1943.

Tornando nel centro storico di Ortona subito si rimane rapiti dalle atmosfere rilassate del quartiere di Terravecchia, dove piccole case e stretti vicoli sentono vicina l’aria di mare. Al mercato ittico, in fondo ai due moli che come in un abbraccio accolgono le imbarcazioni di ritorno dal lavoro, troviamo Marco, un pescatore che da quasi 20 anni dedica la sua vita al mare. Freddo, caldo, pioggia o bel tempo, Marco prima dell’alba è già sulla sua barca per tirar su le reti. Un lavoro duro, una sfida quotidiana con quel mare che ogni tanto offre un ricco bottino, altre volte è avido del suo pesce.

Il nostro itinerario continua verso la Riserva Naturale di Punta dell’Acquabella, una piccola fascia di costa in cui macchie di pino gettano quasi le proprie radici nelle acque limpide del mare; alle loro spalle un paesaggio agrario fatto di uliveti, frutteti e vigne.

La Riserva, insieme ad un più ampio sistema di aree protette costiere, sarà protagonista di un tratto della Ciclovia Adriatica, che qui seguirà il tracciato ferroviario storico, ormai dismesso.

Ortona si allontana alla nostra vista, si fa sempre più piccola man mano che procediamo verso San Vito Chietino, la nostra prossima destinazione. Ergendosi su un verde crinale, il centro storico di San Vito scruta il mare già dall’epoca romana.

È il paese delle ginestre, come lo definiva Gabriele d’Annunzio, arroccato sul suo sperone roccioso e inciso nel centro storico dal corso che conduce al belvedere Marconi. Qui la vista spazia, nelle giornate più terse, fin sul Gargano e sulle Isole Tremiti. Proprio su questa costa nacquero i primi trabocchi nel XVIII secolo ed è proprio qui che si trova il trabocco di Punta Turchino, forse il più famoso di tutti, ben ancorato all’omonimo promontorio.

È il trabocco descritto da Gabriele d’Annunzio nel Trionfo della Morte, distrutto da una mareggiata nel 2014 e rinato in seguito a un restauro per tornare a far vedetta a questo spicchio selvaggio d’Abruzzo.

Alle sue spalle, Villa Italia, l’Eremo dannunziano che ospitò il Vate nell’estate del 1899 e che lo ispirò nella scrittura delle sue opere.

San Vito Chietino, Villa Italia (Ph M. Raccichini)

La costa che prosegue a sud della Marina lascia spazio a lunghe spiagge incontaminate come Calata Turchino, la spiaggia di Rocco Mancini e di Valle Grotte. Sempre costeggiando il mare si incontra Vallevò con i suoi sentieri verso il mare e i trabocchi di Punta Tufano e del Sasso della Cajana.

Arriviamo quindi a Rocca San Giovanni, un borgo medievale arroccato su un colle a 155 metri sul livello del mare, immerso in un panorama che mescola i colori del bosco a quelli del mare, tra vigne e agrumeti. Inserito nell’elenco dei Borghi più Belli d’Italia, Rocca San Giovanni è tutto da passeggiare lungo i suoi ciottolati, all’ombra dei palazzi in pietra ottocenteschi.

Percorrendo il corso principale giungiamo all’ampia terrazza panoramica da cui si scorge anche l’abitato di Vallevò, più in basso, in riva al mare, incastonato tra i trabocchi e piccoli orti dove ancora si pratica un’agricoltura non intensiva. Nello stretto corridoio tra le alture e il litorale, la Riserva Naturale Grotta delle Farfalle tutela una serie di fossati e torrenti nascosti tra la ricca vegetazione ripariale e alcune grotte naturali che furono nascondiglio per i partigiani durante la Seconda Guerra Mondiale. Il nome del grosso antro scavato nell’arenaria è nato perché tradizione popolare vuole che in alcuni periodi dell’anno queste cavità diventino dimora per migliaia di farfalle.

Ritornando in riva al mare, dopo Vallevò ci imbattiamo in un trabocco dal nome curioso: “Pesce Palombo”. Sulla passerella di legno incontriamo il signor Bruno, proprietario del trabocco oggi diventato ristorante, che racconta l’origine del suo nome, legato alle grandi quantità di palombo pescate dalle reti in quest’area di mare. La famiglia del signor Bruno è traboccante da generazioni: “mio nonno era il proprietario di ben sei trabocchi – racconta Bruno – e lasciò un trabocco ad ogni figlio, e adesso siamo tutti parenti”.

Lasciamo il signor Bruno al suo lavoro quotidiano per addentrarci nuovamente verso l’interno: saltellare tra il mare e l’entroterra ci fa riempire gli occhi di panorami tanto vari quanto suggestivi. Giungiamo così sull’ampio sagrato dell’Abbazia di San Giovanni in Venere, una imponente struttura in bruna pietra tufacea che vigila sul Golfo di Venere, da cui l’insenatura prende il nome. La grande basilica di stile cistercense e il vicino monastero formano il complesso costruito nel XIII secolo proprio sulle fondamenta di un antico tempio pagano dedicato alla dea della bellezza.

Siamo ormai nel territorio comunale di Fossacesia, un altro borgo sulla foce del fiume Sangro; il litorale torna a essere frastagliato e qui diventa protagonista la Greenway del Sangro, una pista ciclabile che si sviluppa dalla Lecceta di Torino di Sangro all’Oasi di Serranella, nell’entroterra.

Il litorale presso Fossacesia

Seguendo l’antica linea Gustav, tracciata dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale, la pista incrocia idealmente uno spettacolare tratto della Ciclovia Adriatica che qui ricalcherà il percorso che costeggia il mare dell’antica ferrovia.

Siamo ormai oltre la metà del nostro lungo percorso e, oltrepassata la foce del fiume Sangro, arriviamo a Torino di Sangro. Tra le vie di questo gioiello d’Abruzzo sembra di poter toccare con mano le acque della costa e contemporaneamente le cime della Maiella. Nel centro storico, la cinquecentesca Chiesa di San Salvatore, mentre poco fuori dal centro abitato si trova il cimitero di guerra inglese, dove sono raccolte le spoglie di 2600 soldati che persero la vita nelle battaglie del Sangro.

Ma se nell’entroterra sono colline e uliveti a impreziosire il paesaggio, è sulla marina che si schiude una vera oasi di natura. Provenendo da nord, tre chilometri di lido ghiaioso in località Costa Verde, poi altri tre di sabbia a Le Morge: un tratto vanta il primato di essere la prima spiaggia naturista ufficialmente riconosciuta da un ente pubblico lungo tutta la costa adriatica italiana.

Appena alle spalle della Marina si sviluppa la Lecceta di Torino di Sangro, una riserva naturale da 175 ettari che raccoglie le specie più tipiche della macchia mediterranea. Tra cerri, ornielli e roverelle, trovano dimora le testuggini terrestri. Sotto l’ombra delle fronde, una fitta rete di sentieri e aree pic-nic consente di immergersi tra gli odori del bosco nelle giornate estive più calde.

Sempre seguendo la costa entriamo nel comune di Casalbordino, borgo di origine medievale che sorge su un colle di fronte al mare. Seguendo il tracciato, che un tempo era solcato dalla vecchia ferrovia adriatica, ci inoltriamo presto in una delle aree protette più belle della costa: Punta Aderci, un promontorio roccioso dove la vegetazione si getta letteralmente in mare, uno scambio di colori ben sintetizzato dalle gradazioni delle acque che vanno dal bianco perlato al blu intenso.

Sempre scendendo, le rocce si fanno via via più dolci fino alle dune sabbiose di Punta Penna, dominate dall’occhio severo dell’antico faro.

Vasto, centro storico (Ph M. Raccichini)

Siamo ormai a Vasto, città di origini antichissime che domina l’omonimo golfo. Frammenti di storia sono ancora ben visibili oggi: l’anfiteatro romano e le Terme del II – III secolo d.C. ci riportano indietro ai tempi dell’Impero Romano, mentre addentrandosi tra le vie del centro, il Castello Caldoresco con i suoi due torrioni cilindrici ci fa fare un salto in avanti fino al Medioevo.

Il nostro viaggio nel tempo continua verso il Rinascimento quando incontriamo il Palazzo d’Avalos con il suo splendido giardino alla napoletana, antica residenza dei marchesi di Vasto. Ormai immersi nel fascino dell’architettura vastese, ecco pararsi dinanzi la vera perla della città: la Loggia Amblingh, una passeggiata che è un continuo belvedere sulla costa, giù in basso, là dove la terra curva dolcemente verso est abbracciando l’Adriatico nel suo breve tratto molisano. Il curioso nome della Loggia si deve al comandante Guglielmo Amblingh, un militare austriaco che si trasferì da Graz a Vasto agli inizi del 1700. Innamoratosi del luogo, acquistò diverse abitazioni proprio lungo la celebre passeggiata che prese così il suo nome.

Vasto è città di arte e cultura: ospita il Museo Civico, il Museo Archeologico e la Pinacoteca, oltre alla Cattedrale trecentesca di San Giuseppe e al Teatro Rossetti, uno dei primi d’Abruzzo.

Sentiero che scende alla spiaggia del promontorio di Punta Aderci (Ph R. Visci)

Riscendendo verso la Marina con il suo ampio lido, scorgiamo la destinazione finale del nostro viaggio: San Salvo. Una lunga spiaggia di sabbia fine custodisce un biotopo costiero che conserva un prezioso ambiente dunale, mantenendo intatta la sua vegetazione spontanea.

Risaliamo dalla Marina al borgo, dove recentemente sono venuti alla luce importanti reperti archeologici testimoni dell’impianto romano del paese, su cui fu poi edificato il successivo nucleo medievale. Qui troviamo il Parco Archeologico del Quadrilatero, un sistema di musei e aree archeologiche che raccoglie la lunghissima storia di San Salvo, dall’età arcaica del VI secolo a.C al periodo medievale.

Testi di Marco Carlone e Enrico Bottino

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A proposito dell'autore

Enrico Bottino

Foto e testi, una armonia che libera la creatività sui sentieri della natura. Il trekking è una passione giovane che mi ha permesso di alimentarne un’altra, la fotografia, che oggi svolgo con entusiasmo e in modo professionale. Lavoro nella convinzione che non bisogna andare lontani per realizzare magnifiche fotografie: basta trascorrere una giornata nei boschi e ammirare i minuscoli particolari della natura; l’importante è cogliere l’attimo, solo così è possibile scattare istantanee che non si ripeteranno mai più. Un consiglio? Non tenete mai la digitale riposta nello zaino, portatela sempre a portata di mano. E non fermatevi mai, potreste scoprire che le parole sono complementari alle immagini, che al piacere di scattare foto sempre migliori può subentrare quello altrettanto bello di scrivere.

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