Nepal: una scalinata infinita porta nel santuario dell’Annapurna | Trekking.it

Nepal: una scalinata infinita porta nel santuario dell’Annapurna

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Namastè Nepal! Dopo mille giuramenti che non saremmo tornati mai più, eccoci di nuovo qui, nello splendido regno degli Dei.

Il repentino passaggio dal medioevo ad una realtà moderna e convulsa ci aveva fatto disinnamorare ma qualcosa covava sotto la cenere e, all’improvviso, il grande amore si è riacceso. Ecco perché siamo ancora qui! Dopo aver vagato alcuni giorni per Kathmandù e la sua valle, sempre emozionante, specialmente per chi va per la prima volta, lasciamo la grigia cappa di smog per raggiungere le vette himalayane.

© Oreste Ferretti

Percorriamo una strada che, dopo 6 ore di precipizi, polvere, incidenti evitati ed altro, ci porta a Pokhara, ultima frontiera prima di arrampicarsi lungo i ripidi sentieri che conducono nel cuore delle montagne di ghiaccio.

La tranquilla cittadina ha l’atmosfera ideale per accogliere viaggiatori stanchi che arrivano da lunghi trekking oppure che sono sopravvissuti all’infernale viaggio in pulman da Kathmandù.

 

Un anziano Saddhu, asceta induista, con i segni dipinti sulla fronte che indicano la rinuncia ad ogni bene terreno – Foto di Oreste Ferretti

Prendere una barca e lasciarsi cullare dalle sue acque limpide con la vista dell’impressionante massiccio dell’Annapurna, ripaga di ogni fatica. Alle sei ci svegliamo con un Namastè della nostra guida Rupak, che si rivelerà non solo un’ottima guida ma anche un’ottima persona e un amico. Namastè è il saluto cordiale dei nepalesi che significa “mi inchino di fronte al divino che è in tè”. C’è un altro saluto al mondo migliore di questo?

© Oreste Ferretti

Passati al ceck-point per sbrigare le pratiche per i permessi, necessari se si vuole fare un trekking in Nepal, conosciamo i nostri portatori, Kaila, il nipote Rajkumar e Dhana che si preparano alla partenza caricandosi sulle spalle i nostri sacchi che non sono affatto leggeri visto che dobbiamo affrontare 10 giorni di cammino. Bistari, bistari! Si parte.

Da ora in poi ci scorderemo di ogni oggetto meccanico e di ogni comodità attraversando villaggi immersi tra fiori e campi di grano dove la vita trascorre serena e le lancette dell’orologio hanno tutto un altro ritmo.

Una porta sempre aperta

© Oreste Ferretti

Il sentiero comincia a salire e spesso dovremo dividerlo con carovane di muli che vanno e vengono trasportando rifornimenti per i villaggi. Il cuore del Nepal, nascosto tra monti e valli, è accessibile solo a piedi mediante sentieri battuti da secoli da mercanti, pellegrini, alpinisti. È solo passo dopo passo che si può conoscere profondamente questo paese.

Arranchiamo lungo ripide scalinate e, alle porte del villaggio di Tolka, facciamo una tappa obbligata: un gruppo di bimbi occupa il sentiero esibendosi in canti e danze. È il periodo della festa delle luci e non si passa se non si paga il pedaggio. Sborsata la “tangente” possiamo proseguire e arrivare al villaggio dove ci fermeremo per il pranzo presso una famiglia Chetri. Le cucine di queste abitazioni sono di fango; non esiste il gas e il kerosene è troppo caro così per scaldarsi e cucinare si bruciano arbusti e rami sacchi. Una zuppa di lenticchie e un piatto di carne condita col masala, una salsa speziata profumatissima, e via lungo una vorticosa discesa che si tuffa nella foresta in una vegetazione ricca di felci e orchidee, mentre un lungo ponte sospeso ci porta nell’enorme gola del Modi Kola.

Uno dei tanti ponti sospesi che attraversano i fiumi – Foto di Oreste Ferretti

I fianchi delle montagne sono scolpiti da terrazzamenti, per rubare terra ai monti e trattenere l’acqua, indispensabile per coltivare riso, mais, granturco e patate. Dopo poco scorgiamo Landruk, tipico villaggio gurung, la nostra prima tappa. In questi villaggi la vita trascorre tranquilla tra le tante difficoltà quotidiane. Gli abitanti del luogo vivono secondo tradizioni rimaste immutate nel tempo che nemmeno il passaggio di tanti escursionisti è riuscito a cambiare.

Le donne sbrigano le faccende nei cortili mentre gli uomini si occupano degli animali e dei campi. Le case sono sempre aperte, vi si può entrare, sedere accanto al fuoco, scambiare due chiacchiere che tutto è naturale. Non c’è l’idea della porta chiusa, della chiave, del nostro chiudere fuori il mondo per sentirsi protetti. Qui la protezione ce l’hanno dentro.

Tutti sono cordiali, gentili e ci salutano con quel sorriso, con quel namastè che ti entra fino in fondo al cuore.

Sentirsi a casa

Un momento di preghiera per i fedeli induisti che nelle loro puja insieme a riso, fiori e piccoli oggetti personali, accendono ceri e incensi profumati che piacciono tanto agli dei – Foto di Oreste Ferretti

Di buon ora lasciamo Landruk e scendiamo sul letto del fiume dove, solo pochi mesi fa, una valanga caduta dal Machapuchara, causò un onda che travolse interi villaggi portando con se 64 persone tra abitanti del luogo e trekkisti.

Il lungo ponte di New Bridge attraversa il fiume, poi si ricomincia a salire. Non ci si crede che possano esistere tante scale tutte insieme! La particolarità di questi percorsi sono le vallate a spina di pesce che trasformano i sentieri, già ripidi e faticosi, in lunghi tratti di salite e discese che vanno a raddoppiare il dislivello segnato sulle carte e anche la fatica. Per fortuna la bellezza dei luoghi e gli incontri che facciamo ci trasmettono buon umore e simpatia, come quella timida curiosità dei bambini che vogliono sapere tutto: dove vai, da dove vieni, come ti chiami…

Si pensa di venire in Nepal per le sue montagne, in realtà è la gente e il loro modo di farti sentire a casa che ti fa innamorare di questo paese.

Nei villaggi che si attraversano la gente festeggia la Dea Lakshmi e le puja, le offerte, sono ricchissime di doni – Foto di Oreste Ferretti

Ancora qualche ora, ancora qualche scalino e poi arriviamo a Chomrong, l’ultimo insediamento stabilmente abitato della valle. Dormiamo in una locanda molto carina in una stanza modesta ma pulita. All’indomani si riparte ma la vista sull’Himalaya ci è negata a causa di una coltre di nuvole basse che avvolge tutto. Entriamo di nuovo in una fitta foresta, dove bamboo querce e rododendri, dai rami avvolti da liane e ricoperti di muschio, fanno da casa a centinaia di specie di uccelli.

Camminiamo come dentro ad una favola in un vero spettacolo della natura che ci regala i suoi colori, i suoi odori e i suoi rumori. Arriviamo a Shinwa, appoggiata ad un crinale a 2340 metri. Qui possiamo riposarci, mangiare qualcosa e cambiare i nostri abiti inzuppati di sudore. Oggi spaghetti e maccheroni, cucinati nella versione nepalese, ma veramente ottimi! Dopo Shinwa il sentiero si inoltra nell’alta valle del Modi Kola, un vero collo di bottiglia, molto pericoloso in inverno e infestato dalle sanguisughe durante il periodo monsonico.

Istantanee

© Oreste Ferretti

Scalini, scalini e ancora scalini ci portano a Dovan, la nostra terza tappa. Al mattino ci svegliamo con una giornata splendida, ma la forte pioggia di questa notte ha reso il sentiero un vero disastro e i fianchi della montagna continuano a scaricare acqua e sassi.

Sembra di camminare lungo il corso di un torrente più che su un sentiero che, a questo punto, diventa molto pericoloso per eventuali valanghe e frane. I portatori camminano veloci in alcuni tratti perché anche loro hanno un po’ di timore. Questi uomini sono la colonna portante di un trekking in Nepal. Marciano per diversi giorni portando pesi sulle spalle di oltre 60 Kg, facendo sforzi che piegherebbero le ginocchia a chiunque e sono in grado di sopportare queste fatiche anche a quote molto elevate dove l’ossigeno scarseggia.

I portatori spesso sono originari delle vallate a bassa quota e il più delle volte ignorano le fatiche che dovranno affrontare trovandosi in mezzo a bufere di neve con abiti di cotone e sandali.

Seguiamo le loro orme e, nel pomeriggio, arriviamo a Deurali, porta d’accesso al Santuario dell’Annapurna dove passeremo la notte prima di affrontare la salita al Campo Base del Machapuchara. La stanza è umida, gelida, piena di spifferi e sarà una notte insonne ma alle 6 la sveglia suona inesorabile!

Il Rifugio al Campo Base, attanagliato dal ghiaccio – Foto di Oreste Ferretti

Le nuvole sembra vogliano diradarsi ma la via che varca la porta del Santuario è resa insidiosa da un sottile strato di ghiaccio. Si attraversano due canaloni su un tratto stretto, abbarbicato sulla roccia. Questo è il punto più esposto al pericolo di valanghe e frane e, a volte, si deve deviare sull’altro versante perché il sentiero è ostruito da ghiaccio e terra che bloccano completamente il passaggio.

Un trekking è fisicamente ma anche psicologicamente impegnativo. Per la forza fisica basta allenarsi prima di partire ma allenare la mente è più difficile. Quando ci si rende conto della mancanza di ogni forma di assistenza medica, di dover rinunciare a ogni tipo di comodità, di dover sopportare disagi, fatiche, privazioni, il caldo, il gelo, l’altitudine, le sanguisughe e quando ci si rende conto di poter contare solo su se stessi, allora come si reagisce? Per questo è molto importante prima di partire per un trekking mettere tutto in conto.

Noi l’abbiamo fatto, quindi proseguiamo e alla fine arriviamo al Campo Base del Machapuchara a 3720 metri. Il panorama è mozzafiato: l’Himalchuli, l’Annapurna 1,3, l’Annapurna sud, il Gangapurna e il Machapuchara, la sola montagna inviolata del Nepal perché sacra al dio Shiva, sono lì, appena sopra di noi. L’aria è pungente e una sosta per un tè bollente in uno dei due rifugi del campo base è quasi necessaria. Questi sono gli ultimi giorni di apertura per i rifugi, poi i trekkisti dovranno essere autosufficienti portando con sé tende e cibo.

Campo base

Momento magico al Campo base dell’Annapurna a 4.200 metri di altezza, dove la casa di ghiaccio della Dea dell’abbondanza lascia senza fiato – Foto di Oreste Ferretti

Si riparte per il Campo Base dell’Annapurna ma il tempo cambia bruscamente. Scende una fitta nebbia che avvolge tutto e inizia a nevicare mentre il freddo e il vento non ci rendono le cose facili. Saliamo lungo il torrente e poi lungo la morena, dove i pastori vivono nella stagione calda con le loro greggi. Ora la zona è ricoperta da ghiaccio e neve.

L’aria è gelida e troppo rarefatta per sprecare parole. Proseguiamo muti, calpestando una neve superficiale farinosa, leggermente indurita dal gelo, dopo due ore e mezzo eccoci ai 4.130 metri del campo base. Tutto è immerso nella nebbia ma il picco più alto dell’Annapurna, 8.091 metri, si toglie il velo concedendosi per un attimo. Questo monte è il decimo più alto della terra e per gli indù è la dea dell’abbondanza.

Poco dopo tutto si ricopre, riprende a nevicare e l’unico posto dove si può stare per non congelare è la sala da pranzo del rifugio timidamente riscaldata da una stufetta a kerosene e dal poco fiato rimasto dei trekkisti. Siamo tutti seduti attorno a un lungo tavolo che ospita portatori ed escursionisti.

© Oreste Ferretti

È un grande momento di aggregazione; persone provenienti da ogni parte del mondo sono tutte vicine e, in lingue diverse, si raccontano le emozioni provate durante il cammino mettendo a nudo i propri sentimenti.

Al mattino i vetri della nostra stanza sono ricoperti da uno spesso strato di ghiaccio, mentre sopra le nostre teste svetta l’Annapurna in tutta la sua magnificenza. Corriamo lungo la morena del ghiacciaio senza renderci conto che siamo a oltre 4000 metri, ma tutti vogliono arrivare al punto panoramico al più presto dove pazientemente si aspetterà che le cime si illuminino, in un gelo insopportabile. Ci siamo chiesti tante volte che cosa ci avesse portati ad affrontare un viaggio fatto di disagi e fatiche. La risposta è qui, in questo silenzio che soffoca il battito del cuore.

Le emozioni che si provano di fronte alla maestosità di queste montagne ti ripagano di ogni fatica e privazione. Non senti più i piedi, non senti più le mani, non riesci a capire se il cervello funziona oppure no, ma appena le vette si tingono di rosso e piano piano divampa questo meraviglioso incendio, allora tutto passa e ti senti in paradiso.

Diamo un’ultima occhiata a questa spettacolare montagna, l’8000 più scalato ma anche il più pericoloso, infatti registra il triste primato del maggior numero di vittime.

Dhanyabad Nepal

© Oreste Ferretti

È ora di ripartire, bistari, bistari, torniamo sui nostri passi. I portatori sono felici perché la più grande fatica è superata, noi per avercela fatta ancora una volta.

Strizziamo l’occhio al Machapuchara che ci accompagnerà fino a Pokhara cambiando continuamente il suo aspetto e ci inoltriamo di nuovo nella magica gola del Modi Kola ripercorrendo tutte le tappe fino a Chomrong.

Da qui un sentiero costeggia la montagna poi scende a picco fino al villaggio di Kumnu. Attraversato il fiume ci inerpichiamo lungo l’ultima interminabile salita che porta su un crinale da dove scenderemo per raggiungere il villaggio di Gandrung. Qui vivono 280 famiglie appartenenti all’etnia gurung, i cui uomini hanno fatto spesso parte dei gurka, una delle più agguerrite e temute forze da combattimento del mondo.

© Oreste Ferretti

Calato il sole si accendono le luci e tutto il villaggio è illuminato da candele per rendere omaggio a Lakshmi, la dea dell’abbondanza che è solita visitare ogni abitazione che sia sufficientemente illuminata e gioiosa.

In ogni cortile esplode la festa e Rupak e i portatori ballano felici, il trekking sta per finire e la dea dell’abbondanza sarà generosa.

Rupak è stato meraviglioso con noi, un ottimo compagno di viaggio ed un amico, così come i portatori. La loro gentilezza, il loro cuore sincero, la loro disponibilità incondizionata e disinteressata non potremo dimenticarla mai!

Un ultimo “linus” tutti insieme e poi ognuno per la sua strada. Namastè cari amici, siamo sicuri che ci rincontreremo. E namastè anche a questo splendido paese che nessuna penna, nessun pennello, nessuna immagine, pur favolosa che sia, può minimamente trasmettere quello che è veramente.

Il Nepal è il paese della serenità e dell’armonia. In quale luogo si trovi il giusto modo di esistere non si sa; in Nepal si ha la netta sensazione di esserci vicini.

Testo di Odetta Carpi / Foto di Oreste Ferretti

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