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La rivincita del pincianello

Categorie: Italia, Reportage
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Vendemmia brianzola

L’arte enologica non è certo una delle eccellenze che hanno reso la Brianza famosa nel mondo. Eppure, negli ultimi anni, i viticoltori delle colline a nord di Milano hanno cominciato (o, meglio, ricominciato) a produrre vini di qualità, proprio nel cuore del Parco regionale della Valle del Curone, uno degli ultimi spazi di natura incontaminata in una delle aree più antropizzate d’Italia

Nei ricordi dei vecchi il “pincianel” non ha esattamente il sapore del nettare d’ambrosia. Però la sua funzione la faceva e per lo spirito pragmatico dei brianzoli tanto bastava. Qualche bicchiere “ul de inlau” (nei giorni lavorativi), per fare “sangue” e affrontare le fatiche della campagna o della fabbrica, e un po’ di più per fare allegria nei giorni di festa. Il resto (buquet, sentori, profumi, ecc.) era tutta roba da “sciuri”. In fondo, come ripetevano i filosofi dell’osteria, “le mei ul ven cold de l’acqua fregia!” (il vino, persino quando è caldo, è comunque meglio dell’acqua fresca).

Eppure l’aria e la terra calcarea delle colline a nord di Milano sembrano avere tutte le doti necessarie e il vino brianzolo, nei secoli passati, ebbe fior d’estimatori, pronti a decantare le sue sopraffine qualità. Il poeta dialettale Carlo Porta gli dedicò più di una strofa ispirata e pare che persino il morigerato Manzoni non fosse del tutto immune dal suo fascino. Il francese Stendhal, nei suoi diari di viaggio, si sofferma addirittura ad elogiare il raffinato palato dei brianzoli!

Armageddon

Il fatto è che i ricordi dei vivi scalfiscono troppo in superficie la crosta del tempo. Anche la memoria dei più anziani fra i bevitori di pincianello si ferma agli anni ’30 del secolo passato, quando ormai l’Apocalisse enologica si era da tempo consumata. I campi di battaglia dell’Armageddon furono le vigne di tutta Europa e in Italia gli scontri cominciarono proprio in queste terre, a Valmadrera, dove nel 1879 fece la sua prima apparizione il flagello della fillossera. Il parassita arrivato dal Nuovo Mondo in pochi anni spazzò via una cultura del vino vecchia di secoli, portando all’estinzione molte specie viticole.

L’orribile bacarozzo spezzò l’economia di tante zone rurali, riducendo alla fame intere famiglie. In Brianza la viticoltura si salvò in extremis, grazie alla sostituzione o all’innesto su piante della varietà Clinton, resistenti al parassita (“l’üga americana” la chiamano da queste parti). Nulla comunque fu più come prima, sia per quantità che per qualità, e molti furono i litri del nuovo vino bevuti non per il gusto, ma per dimenticare…

Genius loci

Forse è stata proprio la crisi della vite, unita a quella di pochi decenni successiva dell’allevamento del baco da seta, a plasmare il carattere duro e asciutto della gente di Brianza, poco avvezza a sentimentalismi e raffinatezze, certa che per vivere con dignità non c’è altra strada che lavorare, “fa fadiga”, disposta per questo anche ad abbandonare le origini contadine, mutando se stessa in un popolo di infaticabili piccoli imprenditori e riconvertendo campi e cascine in capannoni, strade e uffici (accanto ai quali, stranamente, spuntano spesso e volentieri orti lindi come sale operatorie e ricchi di ogni possibile verzura!).

Nel bel mezzo di questo tessuto urbano diffuso e intricato si apre però un “buco verde”, una macchia di natura nel cuore di quel nucleo storico di paesi dove più era diffusa l’antica coltivazione vinicola e che un documento del 1412 associò per la prima volta al nome di “Brianza”.

E’ come se un tenace “genius loci” avesse preservato la collina di Montevecchia e la Valle del Curone dalle insidie dell’industrializzazione. Difficile diversamente spiegare perché, dai ruggenti anni ’50 ai voraci ’80, solo qui boschi e prati siano rimasti intatti e le vecchie cascine, magari anche abbandonate, ma indisturbate nella loro dorata decadenza.

Lo spirito del luogo ha anche avuto il merito di risvegliare il legame dei brianzoli con la terra, convincendoli, nel 1983, a tutelare Montevecchaia e la Valle del Curone con l’istituzione di un parco regionale, e guidandoli (proprio loro, individualisti atavicamente memori delle disavventure patite da Renzo quando si volle immischiare nella rivolta del pane a Milano!) in una vera e propria sollevazione popolare, per combattere e sconfiggere un dissennato programma di trivellazioni del parco a scopo petrolifero.

Ritorno ai ronchi

Non stupisce, dunque, che la “rivincita del pincianello” sia cominciata proprio su queste colline basse, coltivate a ronchi, gli antichi gradonamenti, dove la vite cresceva aggrappandosi alle spalle larghe del gelso, e che, a quelli abituati a galoppare con la fantasia, fanno pensare ad occulte costruzioni megalitiche (non è un’immagine poetica: digitate su Google “piramidi di Montevecchia” e ne vedrete delle belle!).

Da alcuni anni figli, nipoti e pronipoti dei vecchi “paisan” hanno riscoperto la cultura del vino, animati, come i loro avi, di un inossidabile e pragmatico amore per la terra, ma armati anche di nuova scienza e conoscenza, che gli consentono di spremere dagli acini tutte le qualità organolettiche che la terra di Brianza sa offrire, per produrre rossi e bianchi di qualità. I riconoscimenti, quelli ufficiali (Denominazione Gografica Tipica) e quelli, magari meno patinati, ma più schietti e sinceri, di chi ama il buon bere, non hanno tardato ad arrivare.

Il modo migliore per respirare l’aria di questa “nuova vendemmia brianzola” è probabilmente quello di mettersi in cammino lungo i sentieri della Valle del Curone, attraversando i filari dei versanti solatii e i boschi umidi di quelli volti a settentrione.

Non bisogna essere Reinhold Messner, bastano un paio di “scarpe del tennis”, come si chiamavano una volta, e senza troppa fatica si sale fino al cucuzzolo dove sorge la chiesa di Montevecchia, per dare un occhiata Resegone e cercare di scorgere la “Madunina” fra le brume della pianura.

Solo dopo questo rito iniziatico vi sarete guadagnati il diritto di entrare in qualche baretto di paese, di quelli con il gestore che porta ancora la dolcevita come negli anni sessanta e con i vecchietti che giocano a “scua d’as” (cercate, cercate, che ne eistono ancora!). Se qualche furbastro nel frattempo non avrà attuato un blasfemo “ammodernamento” del locale, potrete anche sedervi ad un acciaccato tavolo di formica verde e bervi il vostro calice di pincianello, addentando una “michetta” farcita di salame (Bianza Dop, tagliato bello spesso, naturalmente!) accompagnato dai “furmaget de Muntavegia”, rigorsamente caprini: occhio che non vi rifilino l’edulcorata versione bovina!

A la salöt!

 

Testo di Serafino Ripamonti – Foto di Riccardo Colombo

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A proposito dell'autore

Serafino Ripamonti

Dal 1995 lavora nel campo del giornalismo e della comunicazione legata al mondo della montagna e degli sport outdoor, collaborando con riviste specializzate, quotidiani e uffici stampa. L’esperienza professionale, unita alla pratica diretta delle varie specialità degli sport di montagna (è membro del Gruppo Ragni della Grignetta, uno dei più prestigiosi gruppi d’elite dell’alpinismo italiano) gli consentono di realizzare, direttamente “sul campo”, servizi e reportages, che uniscono un’accattivante ed efficace esposizione giornalistica dei contenuti ad un elevato livello di competenza tecnica. Dal 2007 collabora in pianta stabile con Verde Network e con la redazione della rivista TREKKING&Outdoor.

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