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Linea GOTICA e sentieri di PACE nelle Alpi APUANE

Categorie: Italia, Reportage
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Il Parco Regionale delle Alpi Apuane si estende su quindici comuni e sulle due province di Massa- Carrara e Lucca. Dal settembre 1944 all’aprile 1945 in questa terra si assestò la Linea Gotica: la barriera fortificata dai tedeschi che spezzò l’Italia in due.

Le Alpi Apuane, luoghi di sorprendente bellezza, furono teatro di scontri tra partigiani e truppe dell’Asse fin dai primi mesi del 1944. Reparti nazi-fascisti si resero protagonisti di barbari eccidi che hanno segnato a lungo le comunità locali. La volontà di promuovere itinerari di conoscenza, attraverso i luoghi della Linea Gotica, è un tributo alla pace, alla memoria di quei tragici eventi, alla bellezza di queste montagne e alle popolazioni che le abitano.

La linea Gotica lungo un arco di stupende montagne

Teatro di battaglie cruente e di massacri di civili, la Linea Gotica
 doveva essere un limite invalicabile che sfruttava i versanti severi ed inaccessibili dell’Appennino settentrionale. Il fronte si estendeva dal
 mar Ligure all’Adriatico e attraversava anche l’attuale Parco/Geoparco delle Alpi Apuane.

Le fortificazioni costruite dalla Todt si avvalevano dell’impervia morfologia del rilievo che contribuiva a rendere efficace questo sistema difensivo: 7 gli itinerari escursionistici che consentono 
di conoscere la memoria storica di questi luoghi e scoprire i manufatti bellici strettamente legati al paesaggio geologico e agli ambienti naturali attraversati dalla Linea Gotica.

“Nel posto più bello del mondo”: così scriveva un corrispondente di guerra americano nel freddo inverno del 1945, mentre raccontava il tentativo fallito di varcare la Linea Gotica ai piedi delle Alpi Apuane.

Malgrado la rabbia velata per l’insuccesso e il dolore per le vite umane perdute, sfuggiva dalla penna sensibile dell’uomo la meraviglia di trovarsi di fronte a questo “arco di stupende montagne”. Quasi una consolazione che solo la bellezza di un paesaggio così immaginifico poteva restituire.

La stessa identica emozione che, quarant’anni prima e nello stesso luogo, aveva provato Gabriele D’Annunzio ed immediatamente trascritto nei versi dell’Alcyone: “Potesse l’arte mia, da Val di Serchio / a Val di Magra e per le Pànie al Vara / e al Golfo, tutta stringerti in un cerchio / con l’alpe a gara!”.

Il Novecento era iniziato, tra la Versilia e le Apuane, con i vagheggiamenti dannunziani a rinnovare i simboli della bellezza selvaggia e i miti pagani della natura.

Qui era l’Eden anche per gli intellettuali della “Repubblica d’Apua”, prima che la nascente “modernità” potesse turbare ed infine sconvolgere ogni suo ancestrale equilibrio.

Nessun luogo – neppure questo d’incomparabile visione – sarebbe riuscito a mantenersi indenne dall’imminente catastrofe. I conflitti irrisolti tra le nazioni e tra le classi sociali condussero rapidamente tutto e tutti alla più grande delle tragedie della nostra storia.

Trascorso lo stretto intervallo di una generazione, il Secolo breve portò prima la guerriglia e poi la guerra all’interno delle valli Apuane, con una striscia di sangue mai vista prima.

La seconda guerra mondiale arrivò così a sfregiare luoghi di assoluto incanto, provocando ferite profonde, spesso mortali, in ogni paese e tra le sue genti. Il conflitto si annunciò all’improvviso con i bombardamenti anglo-americani, la presenza di truppe tedesche in ripiegamento dietro la linea dell’Arno e il fronte in lenta risalita attraverso la Toscana.

La resistenza partigiana sorse spontanea con l’8 settembre 1943.

Le prime formazioni trovarono rifugio e il battesimo del fuoco presso le cime, i versanti e nei fondovalle di questa straordinaria catena di monti. “Cacciatori delle Apuane” fu il nome della formazione che prese stanza ed agì immediatamente tra la Tambura e il Prana.

Nuovi gruppi si aggiunsero e si alternarono più volte fino agli ultimi giorni del conflitto: i “Gruppi Patrioti Apuani” sui monti di Massa, la divisione “Lunense” in alta Garfagnana ed altri ancora.

La fitta rete dei sentieri di montagna, nata per collegare paesi, casali, boschi, pascoli e alpeggi, divenne la via privilegiata per attacchi e ripiegamenti repentini della resistenza armata.

Sono gli stessi sentieri allora battuti per braccare civili e partigiani o per sfuggire alle ritorsioni durante le stragi nazifasciste dell’estate di sangue del ‘44; così a Forno, Sant’Anna di Stazzema, Bardine di S. Terenzio, Vinca e Bèrgiola Foscalina, in successione e per limitarsi alle principali.

Sono anche i sentieri oggi consacrati al piacere della bellezza innata delle Apuane, ma vissuti in quei giorni come l’unico itinerario possibile per chiudere i conti con l’orrore della guerra.

Negli stessi mesi, frenetico procedeva il lavoro dell’Organizzazione Todt per fortificare la Linea Gotica occidentale, dalla costa versiliese fino alla Valle del Serchio. La strategia di difesa tedesca aveva richiesto ed ottenuto una successione continua di appostamenti, ricoveri, piazzole e trincee, oltre a campi minati e reticoli di filo spinato, sfruttando l’inaccessibile baluardo roccioso di questi monti impervi.

In origine, la Linea Gotica occidentale doveva limitarsi allo spartiacque principale delle Apuane, con un primo tratto – il “Catenaccio di Carrara” – a risalire da Luni-Ortonovo al Monte Sagro fino all’Altissimo, dopo aver toccato il Cavallo, la Tambura e il Sella.

Il secondo segmento muoveva dal Monte Altissimo e, più precisamente, dal Passo degli Uncini e collegava il Corchia, la Foce di Mosceta e il Gruppo delle Panie, discendendo sia in Garfagnana verso Molazzana sia nella Media Valle con le possenti fortificazioni di Borgo a Mozzano.

Più che una linea era una fascia o, meglio, una doppia linea di fortificazioni, resa ancor più evidente quando fu deciso di aggiungere l’avamposto difensivo del “Catenaccio di Massa”.

Proprio quest’ultimo tratto fortificato divenne il teatro drammatico dei più cruenti combattimenti finali tra tedeschi e americani.

La Linea Gotica correva qui lungo il crinale ovest della valle del Serra – dal Monte Altissimo, al Carchio e al Folgorito – con un’ultima successione di sbarramenti che proseguiva in pianura fino al mare, tra il lago di Porta e la foce del Cinquale.

Dal settembre 1944 all’aprile 1945, la Linea Gotica coincise con il fronte di guerra.

Se, ad oriente, gli Alleati riuscirono ad avanzare verso nord da Pesaro a Ravenna, la stessa cosa non avvenne dalla parte opposta della prima linea di combattimento. Per sette lunghi mesi ci fu poco o “niente di nuovo sul fronte occidentale”, malgrado i numerosi tentativi di sfondamento.

Solo nella Valle del Serchio, meno accidentata, gli Alleati riuscirono a recuperare i pochi chilometri di terreno perduto durante la battaglia del Natale 1944, che fu l’unico ed effimero successo delle forze italo-tedesche durante l’intera Campagna d’Italia.

Le Apuane rimasero comunque immobili a sbarrare la strada durante un inverno particolarmente nevoso, così da renderle ancora più incantevoli ed irraggiungibili, a dispetto del sacrificio e della tragedia che si consumava nel loro intorno.

E così divenne una guerra di posizione che riportava la memoria al primo conflitto mondiale, con i fanti tedeschi della 148a divisione lungo il “Catenaccio di Massa” e gli alpini della “Monterosa” a presidio del tratto più elevato della catena apuana.

Il fronte di guerra al 31 gennaio 1945 lungo la Linea Gotica in una cartina (semplificata) dell’esercito americano.

 

In Garfagnana, il fronte allineava altri reparti della Repubblica di Salò: i marò della “San Marco” e i bersaglieri della divisione “Italia”, con i granatieri, i mitraglieri e le truppe di montagna tedesche della 148a oltre il fondovalle del Serchio.

Lo schieramento alleato a sud della Linea Gotica aveva più libertà di movimento rispetto alle forze dell’Asse.

Alla prima fase presero parte anche i fanti brasiliani della Força Expedicionária, ma in seguito il campo fu tenuto soltanto dai soldati afro-americani della 92a divisione “Buffalo”, a cui si aggiunsero i Gurkha nepalesi della 8a divisione indiana britannica e il 442° gruppo di combattimento, formato in gran parte da Nisei: figli nati negli U.S.A. da genitori giapponesi.

Per la prima volta nella storia, le popolazioni delle Apuane entrarono in contatto con uomini dai tratti e dai colori diversi – figli di culture e tradizioni del tutto sconosciute – che davano immediata percezione della globalità di quell’orribile guerra.

L’incontro fu anche l’occasione fortuita ed inaspettata di svelare questi monti scolpiti allo stupore dell’intero pianeta, che poteva così finalmente salutarli come il “posto più bello del mondo”.

La guerra che toglie umanità agli umani, che avvolge in una vertigine di sofferenza e morte, rese tutti consapevoli di un valore estetico immanente: non importava da che parte si fosse o in quale tempo si vivesse; la statuaria bellezza delle Apuane s’imponeva e sconvolgeva oltre l’orrore del momento.

E quella bellezza comunque violata dal conflitto è oggi possibile ricercarla e riviverla ancora, perché sui lineamenti perfetti persistono i segni del dolore, nonostante il tempo trascorso, i suoi mutamenti e l’oblio degli uomini.

In queste pagine c’è un invito personale a compiere un viaggio di riflessione nelle Apuane, per scoprire o riscoprire luoghi visti da una diversa prospettiva storica, seguendo il racconto itinerante della seconda guerra mondiale.

Non è un percorso a tappe successive, come altri hanno proposto, lungo lo sviluppo geografico della Linea Gotica.

Sono invece sette itinerari scelti, tra loro distinti e disseminati fra le Apuane, da percorrere in sette giorni diversi. Meglio se compiuti nella stessa settimana, così da dedicare interamente il viaggio alla memoria di quegli eventi e al valore della libertà cercata e/o difesa lungo la Linea Gotica e dintorni.

Testo di Antonio Bartelletti, Lara Venè, Enrico Bottino. Foto di Massimo Bigini (guida GAE), Antonio Bartelletti, Roberto Merlo

La bellezza e l’orrore. Sette itinerari apuani
 della Linea Gotica ed oltre…

 

 

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