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Nepal: il trekking dei Tre Passi

Categorie: Estero, Reportage
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Uno straordinario viaggio nel cuore dell’Himalaya attraverso i valichi più spettacolari della regione

Intraprendere un trekking nell’Himalaya significa addentrarsi in un territorio caratterizzato da grandi spazi isolati, in cui si cammina per settimane salendo e scendendo gradualmente tra villaggi sherpa e valli glaciali, fino ad addentrarsi nel magnifico paesaggio alpino.

Seguendo le tracce dei primi esploratori si attraversano luoghi sacri e si procede in percorsi in cui le emozioni sono provocate dall’estrema bellezza di un territorio straordinario, dall’incontro con altre etnie e dalla capacità di superare le difficoltà. Un’esperienza nella quale ognuno compie il proprio cammino individuale, fortificando passo dopo passo il proprio benessere fisico e spirituale.

Il trekking

Questo viaggio di 21 giorni nel cuore delle montagne nepalesi compie il circuito completo del Khumbu e riunisce i tratti più spettacolari della regione dell’Everest. Dopo il volo da Kathmandu per l’aeroporto Tenzing-Hillary di Lukla, si percorre a piedi un attraversamento completo del gruppo montano Himalayano, che permette di camminare all’ombra di alcune delle cime più alte della terra, in una topografia che supera valichi montani a quote molto elevate, per poi ridiscendere in gole profonde, attraversare fiumi e risalire nuovamente sui versanti opposti, tra ghiacciai e morene detritiche.

Veduta sud-est dal valico del Kongma La. Da sinistra a destra: Chomolonzo (7790 m), Kangchungtse (7640 m), Cho Pholu (6734 m), Island Peak (6189), Makalu (8475 m), Num Ri (6677 m), Baruntse (7152 m), Chamlang (7321 m), Pema Dablam (6430 m)

Un trekking difficile, che transita in aree isolate e che implica sfida fisica e mentale, ma che alla fine andrà a occupare un posto speciale nel cuore per molto tempo. L’itinerario dei “tre passi” prevede da 3 a 7 ore di cammino giornaliere, durante le quali il corpo e la mente si adattano all’altitudine, mentre il fisico rinvigorisce. Percorrendo i sentieri ci si perde nella meraviglia di questi ambienti straordinari, attorniati dalla natura selvaggia e incontaminata.

Gli iniziali incontri con i sorridenti bambini degli altopiani si sostituiscono con quelli dei pellegrini solitari più a monte e delle sempre meno frequenti carovane di yak, che discendono tintinnanti dagli alti valichi montani trasportando mercanzie nei villaggi, dove la vita quotidiana si svolge lenta. In questi punti di sosta è possibile trovare accoglienza e ristoro nelle sempre più spartane case da te, luogo ideale in cui socializzare attorno ad un focolare e rifugiarsi dalle gelide temperature della notte, in compagnia di una torta di mele e una tazza di te caldo.

Un’eccezionale biodiversità

Le vertiginose montagne del Khumbu hanno un loro clima particolare. Salendo di altitudine si attraversano notevoli cambiamenti per quanto riguarda la distribuzione della vegetazione. Dalle colline pedemontane, caratterizzate da abeti, pini e alte tsughe, si giunge alla zona subalpina, contraddistinta dalle macchie di rododendri, che ammantano i crinali esposti dei valichi montani e che resistono fino ai limiti delle nevi perenni.

Pascolo di Yak nella valle del Chola Khola sulle rive del lago Dudh Phokaru con sullo sfondo il Parilapche (6017 m)

I contorti arbusti di ginepro, il cui fumo di legna arsa inebria l’aria col tipico profumo resinoso, ricoprono le zone più secche. Tuttavia sono i prati di stelle alpine, genziane, e anemoni ad accompagnare il cammino degli avventurieri fino ai 5545 metri di altitudine, oltre i quali la vegetazione scompare del tutto.

Come uno sherpa

In questa regione i sentieri salgono ripidi lungo versanti scoscesi, superano ghiacciai, attraversano varchi di alta quota e s’inoltrano oltre le vette, raggiungendo i villaggi sperduti dei pascoli estivi, dove gli abitanti contribuiscono alla scoperta di un universo che normalmente rimarrebbe nascosto.

Questa, infatti, è anche la terra degli Sherpa, lo straordinario gruppo etnico che vive di condizioni estreme in uno degli ambienti più ostili per l’uomo. In questo viaggio è possibile immergersi nella loro cultura intatta e invariata da generazioni, per apprendere i loro modi di vivere, fatti di fatica, meditazione e semplicità.

Donna nepalese davanti al Gompa del villaggio di Khumjung

Agili e di bassa statura, camminano con passo incessante sopra le nuvole senza mai esitare, pregano al sorgere del sole, cantano sotto le stelle nelle notti propizie e battono le mani in riti apotropaici, mentre rafforzano il loro legame con una terra sacra e dimora di tutte le divinità, ma anche luogo di spiriti e demoni che vagano nelle montagne e che sono protagonisti nei loro antichi racconti.

Camminare insieme agli Sherpa come uno Sherpa, significa procedere con calma su erti sentieri, facendo attenzione a ogni singolo respiro e aprendosi a un’esperienza in costante evoluzione, dove si acquisisce una profonda comprensione di se stessi e della natura tutt’intorno. Con loro al fianco si è sicuri di avere un appiglio nelle difficoltà, davanti alle quali si fermano, sorridono e porgono una mano per rendere agevole il cammino.

Il mantra della felicità

Sentieri nascosti, ponti vertiginosi su impetuose rapide e traversate su immensi ghiacciai rendono il “trekking dei tre passi” un’esperienza in cui si è costantemente schiacciati dalla grandiosità di spettacoli sconvolgenti. Spesso ci si ritrova a riflettere sulla vita davanti a placidi laghi azzurri, per poi proseguire ispirati verso altri luoghi, altri incontri, altre cime, fino a perdersi nella purezza di un cielo terso e limpido.

Monastero di Thengboche. Monaci mentre realizzano un Mandala

Lassù, dove ogni passo è una conquista e ogni giorno rappresenta un’occasione per imparare, si trovano gli splendidi monasteri buddhisti, incastonati come rossi granati sui fianchi delle montagne. Nei giorni di festa gli echi delle campane dorate e delle voci dei continui mantra sacri si spingono nell’aria attraverso i villaggi, risvegliando la compassione dei fedeli e purificandoli dai sentimenti negativi.

Lunghe file di bandiere di preghiera colorate cingono i luoghi sacri, muri mani segnano l’ingresso ai villaggi, insieme ai chorten votivi e alle ruote di preghiera. Tutti elementi simbolici di radicate culture religiose, buddhista e induista, che ricordano la caducità degli eventi e la rinascita a nuova vita, insegnandoci così i precetti di accettazione, che conducono sulla strada per la vera felicità.

A un passo dal cielo

Dopo giorni di lungo cammino su sentieri scoscesi si attraversano alcuni dei valichi montani situati alle maggiori altitudini del mondo. L’aria è sottile e i passi, appesantiti dalla stanchezza, lasciano profondi solchi sui detriti o sulla neve, mentre lo spirito rinasce e si meraviglia alla vista di alcuni dei panorami montani più belli.

Dagli alti varchi si osservano innalzarsi i giganti himalayani in tutta la loro grandezza. L’Everest, il Pumori, il Nuptse, il Lhotse e l’Ama Dablam, svettanti insieme in un bianco paradiso. Molte delle cime più alte della terra si trovano in questa regione di confine e osservarle brillare all’alba e al tramonto o proiettare la propria sagoma nei profondi cieli stellati sono esperienze straordinarie.

Veduta dalla cima del Kala Pattar. Da sinistra a destra Changtse (7550 m), il valico di Lho La (6006 m) che collega Nepal e Tibet, Monte Everest (8848 m) e Nuptse (7879 m)

E mentre sorge una nuova mattina sulle cime himalayane, nascono nuove occasioni per stupirsi nella bellezza di questo mondo ad un passo dal cielo, in cui ci s’immerge totalmente e dove i lunghi silenzi sono interrotti soltanto dal boato di qualche valanga lontana o dal crepitio del ghiacciaio che si muove portando con sé enormi massi di granito scintillante.

La fine del sentiero

La fine del trekking è un momento particolare. Si discende lungo i pendii, ritornando verso la valle, con la stanchezza nelle gambe, il viso bruciato dal sole e dal gelo, lo spirito rinnovato e il racconto di un’avventura difficile da dimenticare.

Testo e foto di Francesco Frascaro

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