Pianosa: carcere di massima sicurezza o paradiso mediterraneo? | Trekking.it

Pianosa: carcere di massima sicurezza o paradiso mediterraneo?

Categorie: Italia, Reportage
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La storia antica e recente di un piccolo lembo di terra emersa, conteso in ogni epoca, ci narra di un luogo particolare, popolato e abbandonato a più riprese.

Nel blu del mar Tirreno, tra la costa della Toscana e la Corsica, si trova adagiata come un foglio liscio l’isoletta di Pianosa. La leggenda vuole che con le sue sorelle dell’Arcipelago Toscano debba la sua origine alle perle del monile di Venere cadute in acqua.

È davvero un gioiello naturalistico, Pianosa. La presenza del carcere ha determinato un isolamento dalle attività e presenze umane altrimenti difficile se non impossibile. Per diverso tempo la natura ha lavorato, quasi indisturbata, attorno alla zona abitata e ci restituisce oggi un ambiente naturale incontaminato e soggetto alla tutela del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Le visite all’interno dell’isola sono possibili, infatti, solo con l’accompagnamento di una guida e prevedono regole precise per salvaguardare l’ambiente.

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Il paese e il carcere

Già durante l’avvicinamento all’isola, sorprende quanto esile e piatto sia il suo profilo: la quota massima è di 29 metri, solo salendo in cima al faro ci si eleva un poco di più. Dalla nostra imbarcazione lentamente si iniziano a distinguere i profili dei palazzi attorno al porticciolo.

Il paese fu costruito, così come lo vediamo, sotto la direzione di Leopoldo Ponticelli per il personale di servizio al carcere. Questo stile architettonico, particolarmente ricercato e dall’impronta vagamente arabeggiante, era teso a voler offrire un ambiente esteticamente apprezzabile sia agli abitanti che ai detenuti.

Oggi – senza più residenti – girovagare lungo le stradicciole vuote e assolate, tra scalinate inerbite, imposte chiuse e fili elettrici è un’esperienza simile all’immersione nel set di un film. Il paese fantasma, dalle insegne ancora visibili, suggerisce i suoni e le attività della vita quotidiana.

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Per le costruzioni di Pianosa si adoperò materiale presente nell’isola, particolarmente poroso e dalla veloce disgregazione. Nei muretti dell’interno, eretti come protezione dal vento salmastro, come anche sulle facciate degli edifici è evidente l’inizio dello sfacelo, tra intonaci che si staccano e pareti cariate.

Pianosa nella seconda metà dell’800 ospitò una colonia agricola penale che raggiunse una popolazione di 960 reclusi. Gli anni ’70 del secolo scorso segnarono un grosso cambiamento. Il carcere venne trasformato in una struttura di massima sicurezza e venne fatto erigere dal generale Dalla Chiesa il poderoso muro di cinta ancora ben visibile in tutta la sua estensione: 1400 metri di cemento armato a suggellare l’invalicabile divisione tra il paese e l’area di reclusione. La struttura venne chiusa definitivamente nel 1998 e Pianosa inserita tra le aree protette del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.

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Le vicende passate

L’isola vanta una presenza umana che risale alle epoche più antiche. Un tempo unita alla terraferma, Pianosa rivela tracce di insediamenti stabili databili al 5000 a.C. Maggiori sono le testimonianze relative al periodo dell’antica Roma.

Nel particolare, sappiamo che a Pianosa venne esiliato il nipote di Ottaviano Augusto, Agrippa, a seguito di accuse infamanti. Pare però che se la passasse tutto sommato agiatamente, servito dalla sua corte e dedito alla pesca e alle rappresentazioni teatrali sulla riva del mare.

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Girando pagina ci troviamo alla fine del 1100, con le prime incursioni navali subite dagli abitanti di Pianosa ad opera dei genovesi. Autorità e storie diverse si succedono nel tempo fino ad arrivare agli episodi di pirateria del 1500, tra i quali il documentato e cruento attacco della flotta franco-turca.

La pericolosità di abitare a Pianosa permane fin verso la fine del 1700 quando i contadini stagionali temono di risiedere stabilmente e a loro si raccomanda di tenere armi. A tale proposito ancora oggi sull’isola d’Elba si usa dire: “mi costi più dell’orzo di Pianosa”, a significare quanti sforzi e pericoli fosse necessario sopportare per ottenere qualche risultato.

Successivamente ci passa Bonaparte che ammira, tra l’altro, la parte naturalistica, la vegetazione e i terreni fertili, la selvaggina e i cavalli selvatici presenti. È intorno alla metà dell’800 che ha inizio a Pianosa il confino delle persone non gradite al Granducato di Toscana dando avvio di fatto alla destinazione di esilio forzato che l’isola avrebbe avuto nel secolo successivo.

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I tempi più recenti

Oggi, dopo 150 anni di isolamento, l’isola presenta fondali marini incontaminati dove, tra le ricche distese di Posidonia, si aggirano pesci, gasteropodi e crostacei. L’avifauna trova nell’isolamento del territorio una situazione particolarmente adatta alla nidificazione di diverse specie.

Tornando con i piedi a terra, la vegetazione ad alto fusto, dopo lo sfruttamento per il legname e per il pascolo, è ormai quasi completamente inesistente. La macchia mediterranea, ora libera di espandersi, sta riconquistando il terreno con il suo aspetto cespuglioso.

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Le fioriture primaverili, assenti durante il periodo caldo, riprendono da autunno in poi in una festa di colori e profumi. È in questo ambiente, tra gli odori mediterranei e le infinite gradazioni del Tirreno che si percorre Pianosa, nella speranza che, dopo tante vicende drammatiche, l’isola conosca finalmente un lungo periodo di serenità.

Testo di Sandra Tubaro, foto di Ivo Pecile

Leggi anche l’itinerario: Pianosa, passeggiata alla Villa del Marchese e al porto romano

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