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Speciale ciaspole: 14 itinerari sulla neve in Piemonte e Valle d’Aosta

Categorie: Italia, Reportage
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14 itinerari con le racchette da neve per scoprire l’inverno sulle Alpi Occidentali

Le escursioni con le racchette da neve, meglio conosciute come “ciaspole”, stagione dopo stagione diventano una proposta sempre più importante nel panorama delle offerte sportivo-ricreative sulla neve, e ormai coinvolgono interi settori del turismo invernale, aprendo “nuovi” bacini di potenziali utenti: famiglie, bambini, la terza età e tutti coloro che, per caso o per scelta, non amano o non praticano lo sci e le sue declinazioni.

Il pubblico che cerca nella vacanza invernale la filosofia dei “ritmi lenti,” favorito da questa offerta, è sempre più ampio e in continua crescita; e se d’estate in montagna è l’escursionismo a farla da padrone, d’inverno l’attività protagonista, oltre allo sci, è proprio un articolato programma di escursioni con le racchette da neve, complemento ideale di una settimana o di un weekend nella natura.

Il paesaggio imbiancato dell’Orsiera Rocciavrè

Il massiccio dell’Orsiera-Rocciavrè sorride alla stagione fredda mettendo a disposizione degli escursionisti facili itinerari che attraversano il paesaggio imbiancato dei valloni del rio Gerardo e del Gravio, dove il silenzio ovattato della neve è rotto solo dallo scroscio delle acque dei torrenti. Seguendo la riva del torrente Sangone si passeggia senza meta alla ricerca delle orme lasciate dagli animali selvatici.

Qui la neve non frena la voglia di camminare perché basta un paio di ciaspole per provare la sensazione di galleggiare sulla candida marea bianca che si estende dallo spartiacque dell’Orsiera-Rocciavré ai boschi della val di Susa e della val Chisone, toccando la testata della val Sangone. Nella stagione favorevole lungo le “vie normali” si guadagnano le vette più impegnative e rappresentative del Parco Regionale: l’Orsiera (m 2890), la più alta, punta Cristalliera (m 2801), punta Rocca Nera (m 2852) e il Rocciavré (m 2778); d’inverno è meglio orientarsi su escursioni semplici, prive di dislivello, come i sentieri guidati allestiti dall’Ente parco, provvisti di bacheche e pannelli didattici che illustrano gli aspetti naturalistici e storici più importanti dell’area protetta.

 

Inverno nel Gran Bosco di Salbertrand

Il Gran Bosco di Salbertrand, quando tutto è coperto da un candido mantello innevato, offre infinite suggestioni da scoprire con le ciaspole, gli sci, oppure, in caso di scarso innevamento, praticando la nascente tecnica del nordic-walking. Un’occasione per vivere la montagna con un approccio silenzioso e rispettoso, per conoscere l’area protetta nei suoi aspetti naturalistici e culturali, per ascoltarne le voci del bosco e scoprire le tracce lasciate sulla neve dai suoi abitanti: uccelli, scoiattoli, lepri, cervi, caprioli e il lupo sono incontri fugaci e fortuiti ma non impossibili.

Esiste un regolamento di fruizione del Parco Regionale secondo cui l’accesso allo stesso può avvenire esclusivamente sulle strade o sui sentieri segnalati; l’uso di sci di qualsiasi tipo è consentito sui tracciati corrispondenti alle strade del Parco ed è vietato lo sci fuoripista (salvo autorizzazione della direzione dell’Ente). Per gli appassionati di ciaspole sono stati individuati alcuni percorsi corrispondenti ai “sentieri del Gran Bosco”, segnalati sulla cartina del Parco; itinerari molto frequentati nel periodo estivo, curati dai guardiaparco, accuratamente tracciati e tabellati, quindi visibili anche in presenza di un abbondante manto nevoso. Sono stati evitati tutti quei percorsi potenzialmente pericolosi in quanto attraversati da valanghe storiche anche se non frequenti.

Valle Pesio: nevi del Mediterraneo

L’inverno è sovente generoso sulle Alpi Liguri. Grazie alla vicinanza del mare la neve abbonda da dicembre ad aprile, colmando doline e inghiottitoi. Una neve che sa di Mediterraneo, figlia dell’incontro tra le correnti languide e umide che arrivano dal golfo e le gelide brezze continentali che da oriente risalgono la piana del Po. Sono giorni rari e preziosi, in cui l’inverno detta ancora le sue regole, giorni in cui pare bianco anche il mare, fin sulla Corsica. Bianca la piana di Mondovì, la Langa e la Bisalta, e sulla Valle Pesio, da Chiusa alla Certosa, un velo di luce fredda e assoluta sostituisce i cromatismi tenui dell’autunno morente.

Sono giorni in cui ombre e luci si alternano senza compromessi. In alta Valle Pesio, la luce distesa sulla piana di San Bartolomeo accompagna alla Certosa di Santa Maria, dove la valle si chiude ed è subito ombra. Un invito a muoversi, ad andare lesti per ritrovare la luce sul Pian delle Gorre. Luce e calore: un invito a sostare al sole, ad apprezzare il contrasto tra la radura accogliente e la gran muraglia del Marguareis, fredda, repulsiva, lontana. Un tramezzo di calcare gelido e austero che respinge sui lati della valle, a cercare protezione nelle abetine, a salire con le ciaspole nel fitto del bosco, al Pian del Creus. Magari dopo una nevicata notturna, quando la brezza da nord pulisce il cielo e alza polvere luminosa dalle fronde del Buscaié.

Valli di Lanzo, l’anima antica delle Alpi Graie

Ci sono luoghi, nelle Alpi Occidentali, dove si respira un’atmosfera di montagna “antica”. Luoghi dove a pochi metri da dove si è lasciata l’auto, è normale imbattersi in animali selvatici come caprioli, camosci, cinghiali… luoghi dove si trova la montagna “vera”, non addomesticata e non trasformata nel circo bianco d’alta quota. Tra questi luoghi vi sono le Valli di Lanzo, così vicine a Torino (Lanzo dista dal capoluogo sabaudo solo 30 chilometri) eppure frequentate quasi esclusivamente da “amatori”, da escursionisti e alpinisti appassionati che non vanno alla ricerca di grandi stazioni sciistiche e discoteche, ma di silenzi, pendii innevati e immacolati, su cui essere i primi a lasciare tracce.

Le Valli di Lanzo sono considerate dai meno informati, inadatte ad una fruizione invernale. Queste valli, tipicamente glaciali, con fondovalle incassati e ripidi fianchi boscosi oltre ai quali si aprono lunghi valloni secondari, paiono inospitali nella stagione fredda. Ma nelle Valli di Lanzo ci sono infiniti e bellissimi itinerari adatti allo sci alpinismo e al fondo escursionismo. Si trovano piccole stazioni sciistiche, economiche e adatte alle famiglie, e ci sono bellissimi anelli battuti per lo sci di fondo. Ovviamente non mancano facili itinerari da affrontare con le racchette da neve ai piedi.

Nelle Valli di Lanzo quelle che nelle Alpi dell’Est vengono chiamate “ciaspole” si chiamano invece serquiou. Il termine indica la tradizionale racchetta di corda intrecciata con la forma arrotondata, ma nelle Valli di Lanzo vi era in uso anche una racchetta formata da tre tavolette orizzontali di legno (preferibilmente il duro maggiociondolo) incastrate tra due assicelle verticali, simili ad una minuscola scaletta, tanto che localmente è detta stchalàt (scaletta).

Oltre che per risalire i pendii più ripidi la stchalàt veniva usata per battere le piste di neve dove far scorrere le slitte cariche di legna o letame. Ma nelle Valli di Lanzo non c’è da vedere solo la prorompente e selvaggia bellezza della natura. Bisogna incontrare i montanari: sono loro la montagna, quella viva, quella di tutti i giorni. Con tutti i loro pregi e i loro difetti. Sono loro che rimangono, anche se pochi, a presidiare un territorio dove per usufruire dei più elementari e fondamentali servizi (la scuola, la sanità) ci si deve sobbarcare viaggi di ore e chilometri di spostamenti, mentre in pianura basta scendere sotto casa. Quando anche l’ultimo raggio di sole è sparito dietro all’imponente cresta di confine, rendendo infuocate le nubi e rosse le nevi, non fuggite in auto. Fermatevi ad osservare le piccole borgate di media montagna sommerse dalla neve, mentre la tenue luce illumina le poche finestre e fili di fumo salgono verso le prime stelle che si accendono nel cielo. Infilatevi tra i vicoli percorrendo le piste di neve ghiacciata alla ricerca di piccoli ristoranti che persone coraggiose hanno aperto o mantenuto in vita.

Ph Roberto Bergamino

Scendendo verso il fondovalle fermatevi in qualche angolo buio e scendete dall’auto, nonostante il freddo polare, per godervi la magnifica volta celeste che l’inverno alpino regala, uno spettacolo che nelle “illuminate” città non è più possibile vedere. Ascoltate il sussurrare sommesso del torrente coperto di neve che pare raccontarci le mille storie di queste magiche valli. Arrivati ai paesini di fondovalle, dopo aver comprato l’ottima carne locale e la Tuma d’Lans, la cui origine si perde nei secoli della prima colonizzazione delle Alpi, e i buonissimi dolci della tradizione valligiana, entrate in un’osteria. Lì un montanaro scorbutico vi osserverà dall’angolo più buio del locale, mentre quattro anziani parlando in patois giocano ai tarocchi. Nelle loro parole c’è più saggezza che in mille trasmissioni televisive. Vedrete i pochi ragazzi del paese e capirete che c’è ancora speranza per le valli alpine, anche per quelle “dove non nevica firmato”, come dice Mauro Corona.

Alpi Graie è qui il paradiso

Il silenzio è rotto solo dal cadenzato crepitio del ghiaccio sotto i nostri piedi e dal fruscio che accompagna la neve che cade dalle fronde dei larici e degli abeti. Avanziamo lentamente ma costantemente lungo una pista che fa parte di una più vasta rete di sentieri e antiche strade lasciate in eredità al Parco da Casa Savoia, insieme alle varie case di caccia, alcune delle quali opportunamente recuperate – come quella di Orvieille in Valsavarenche – oppure trasformate in rifugi per dare ospitalità agli escursionisti di tutto il mondo. Nel XIX secolo il massiccio del Gran Paradiso era terreno di caccia dei Savoia e Vittorio Emanuele II aveva creato la Riserva Reale, tutelando così l’area ancora prima del 1922, anno di istituzione del Parco nazionale del Gran Paradiso. Oggi, grazie soprattutto alle comode mulattiere reali, gli escursionisti possono guadagnare quota facilmente, affrancandosi così dai semplici tragitti di fondovalle, comuni ad altri settori alpini.

I più allenati possono addirittura avvicinarsi a quote importanti, dove iniziano a comparire i candidi ghiacciai perenni: è gratificante ad esempio giungere al rifugio Chabod, con i suoi rispettabili 2750 metri di quota, per compiacersi degli affascinanti silenzi che solo l’inverno sa offrire. La cima del Gran Paradiso può aspettare invece la stagione più propizia, quando è possibile affrontare un’ascensione impegnativa che culmina a quota 4.061, sull’unico quattromila interamente in territorio italiano. Dai contrafforti del massiccio del Gran Paradiso discendono impervi valloni che danno inizio sul versante valdostano alla val di Cogne, Valsavarenche e val di Rhêmes, e sul lato piemontese alla valle dell’Orco e alla Val Soana. Bastano pochi passi per accorgersi che queste valli pullulano di vita, perché nel Parco del Gran Paradiso è facile incontrare animali selvatici, soprattutto ungulati come il camoscio o lo stambecco che ha legato le sue sorti a quelle del primo parco nazionale istituito in Italia. E se non è possibile avvistarli direttamente, il manto nevoso rappresenta comunque un libro aperto dove leggere il passaggio anche di animali più elusivi come la volpe o l’ermellino. In un paradiso naturale incontaminato, lontano dalle piste illuminate a giorno tipiche di altre zone dell’arco alpino. Per i meno avvezzi a questa attività outdoor ricordiamo che è possibile partecipare alle escursioni con le ciaspole accompagnati dalle guide del Parco.

Foto di Franco Voglino

Storia e natura ai piedi del Rosa

Il silenzio ovattato avvolge i boschi addormentati sotto la neve, con l’unico rumore del fruscio prodotto dalle ciaspole. Basta fermarsi un attimo, per avere la sensazione che tutto il mondo sia fermo, con il fiato sospeso. Poi lo scricchiolio di un ramo, il tonfo di un grumo di neve caduto a terra, ci dicono che il mondo continua a girare e che presto, troppo presto, la neve se ne andrà e tornerà il verde della primavera. Ma per ora, godiamoci il freddo sulle guance, il gusto di una manciata di neve, il bianco accecante che colpisce gli occhi sulle spianate sfiorate dalla luce del sole. Come descrivere sulla carta l’emozione di una camminata invernale?

Soprattutto la Valle d’Aosta sembra fatta apposta per vagare con le ciaspole. Qui, non c’è che l’imbarazzo della scelta su dove andare. Soprattutto le vallate valdostane che puntano verso il Monte Rosa sono una scoperta continua dove ad ogni passo s’incontrano storia e natura. Il silenzio delle vallate laterali, le cime altissime che sbirciano da lassù, i boschi intonsi e le costruzioni caratteristiche…

Le più tipiche sono le case dei cosidetti villaggi Walser, con una struttura di legno che poggia su una base di pietra, dalla conformazione così tipica. Ma chi erano questi Walser? Il termine sembra provenire da wallis, ossia vallese, riferito alla loro zona di provenienza in Svizzera da cui giunsero nei secoli XII-XIII. Ma pare che le loro vere origini siano da cercare in Germania tanto che il dialetto di Issime, il titsch, ha molte assonananze con dialetti della Germania meridionale. Si stanziarono soprattutto nelle vallate meridionali del Monte Rosa, parte in Piemonte e parte in Valle d’Aosta, in particolare lungo le valli di Gressoney e Ayas. Non ebbero mai scontri con la popolazione locale, anche perché si insediarono sempre in quota, in zone non sfruttate, e questo facilitò il loro isolamento che preservò usi e costumi. Ciò che resta di più tipico è certamente l’architettura.

Le case in legno hanno una forma caratteristica, issate come sono su specie di “funghi” di pietra che permettevano di salvare i granai dai topi e dall’umidità, e assumono anche nomi particolari: rascard in Val d’Ayas, stadel in Val di Gressoney. Passeggiare in queste vallate ha il sapore di entrare nella storia poiché questi edifici si trovano ancora spesso, a volte accentrati in un unico villaggio, a volte sparsi nelle conche e nelle vallate. Ricchi di dettagli, spesso con date incise a perenne memoria, soprattutto quando sono attorniate dal silenzio della neve sanno sussurrare le loro storie antiche. Sta a noi saperle ascoltare.

 

Testi di Enrico Bottino (Orsiera Rocciavrè), Silvia Della Rocca (Gran Bosco di Salbertrand), Massimo Civalleri e Enrico Brondino (Valle Pesio), Roberto Bergamino (Valli di Lanzo), Annalisa Porporato (Alpi Graie), Cesare Re (ai piedi del Rosa)

 

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A proposito dell'autore

Enrico Bottino

Foto e testi, una armonia che libera la creatività sui sentieri della natura. Il trekking è una passione giovane che mi ha permesso di alimentarne un’altra, la fotografia, che oggi svolgo con entusiasmo e in modo professionale. Lavoro nella convinzione che non bisogna andare lontani per realizzare magnifiche fotografie: basta trascorrere una giornata nei boschi e ammirare i minuscoli particolari della natura; l’importante è cogliere l’attimo, solo così è possibile scattare istantanee che non si ripeteranno mai più. Un consiglio? Non tenete mai la digitale riposta nello zaino, portatela sempre a portata di mano. E non fermatevi mai, potreste scoprire che le parole sono complementari alle immagini, che al piacere di scattare foto sempre migliori può subentrare quello altrettanto bello di scrivere.

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