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Uomini e Popoli: Gli Arbëreshë d’Italia

Categorie: Italia, Reportage
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Un’ampia e solitaria strada. La lunga e rettilinea, “Udha madhë”, si fa 
largo tra nugoli di “Katoqi” abitazioni rurali solitamente ad un solo
 piano rialzato, fino a dividere il paese in due settori.

Dal
 “bajaturë”, specie di balcone situato alla sommità della scala esterna 
in muratura, gli uomini osservano il via vai della gente, prima di
rientrare in casa attratti dal calore del “vatra”, il focolare 
domestico simbolo dell’unione familiare e luogo di ritrovo della 
famiglia. Quello appena descritto è il calco urbano che
contraddistingue, ancora oggi, il nucleo più antico delle 52 comunità 
di provenienza e cultura arbëreshë, distribuite dall’Abruzzo alla
 Sicilia, per un totale di circa 100.000 abitanti.

Una comunità figlia di intense esperienze di vita tramandate da ben 
cinque secoli di storia, tali da determinare l’attuale atteggiamento 
umano e sociale degli italo-albanesi. Secoli drammatici segnati 
soprattutto da ondate migratorie verso l’Italia: come quella del 1448 
compiuta sotto la guida del condottiero Demetrio Reres, o come nel 1461 
quando Ferdinando I, in forti difficoltà, si vide costretto a chiedere
aiuto a Giorgio Castriota “Skanderbeg”, l’eroe nazionale albanese che
aveva già respinto l’invasione turca nel 1443.


Skanderbeg inviò un 
corpo di spedizione in aiuto del sovrano in lotta contro Giovanni 
d’Angiò: sbarcò nel 1461 a Barletta, vinse contro i baroni ribelli e 
ricevette in premio il Gargano e diverse importanti cittadine pugliesi.
 Ancora, nel 1478 con la caduta di Krujia sotto il controllo turco si
 determinò una nuova migrazione verso l’Italia, questa volta guidata da
 Giovanni Castriota, figlio di Scanderberg: le popolazioni si 
insediarono in Calabria per dar vita ad una delle comunità ancora oggi 
più vive e presenti su tutto il territorio nazionale.

Immagini che raffigurano gli antichi vestiari delle popolazioni albanesi d'ItaliaCon le
 immigrazioni albanesi si assiste ad una nuova fase di espansione
 demografica, che si accentua alla fine del ‘400 e continua per tutta la 
prima metà del ‘500. Solo alla fine del ‘500 e agli inizi del ‘600 si
assiste alla costituzione di vere e proprie comunità albanesi, col loro
rito religioso, le loro feste, i loro costumi e la loro lingua.
L’abbandono di un territorio, dove si è svolta la vita del soggetto
singolo o gruppo fino a quel momento, per insediarsi in modo permanente
 o temporaneo in un altro territorio, il più delle volte porta ad un 
processo di abbandono della propria cultura e, come conseguenza,
all’assunzione di modelli culturali peculiari della società ospitante.


Nel caso degli Arbëreshë invece, si è assistito al realizzarsi di una 
vera e propria coabitazione e compenetrazione tra culture diverse
(italiana e albanese) capace di dar vita ad un lucido e maturo esempio
di interculturalità

Questo fenomeno trova le sue radici e motivo del suo sostentamento proprio nel
 rispetto e nel mantenimento delle reciproche differenze culturali.
Ecco 
perché la tradizione culturale arbëreshë è, in maniera così forte, parte 
integrante del patrimonio tradizionale del gruppo italo-albanese. Non 
solo: la consapevolezza della necessità di una valorizzazione e tutela
 della cultura albanese ha favorito, in maniera quasi incessante 
soprattutto a partire dagli anni ‘60, la nascita di associazioni e
 circoli culturali, e ha dato luogo ad iniziative e manifestazioni 
culturali. L’aspetto fondamentale dell’arbëreshë è la sua trasmissione 
esclusivamente legata all’oralità, iniziata nel periodo del loro
 insediamento in Italia e caratterizzata da tre generi letterari: la 
pralla (fiabe), i vjershë e le kalimere.

  • La pralla aveva una funzione 
educativa e veniva usata dai genitori ma soprattutto dai nonni per
educare
  • i vjershë erano delle autentiche improvvisazioni poetiche dove
 l’animo popolare cantava gli avvenimenti della vita di tutti i giorni,
  • le kalimere, canti religiosi, che esprimevano la devozione
 genuina del popolo italo-albanese.

Bisognerà attendere il XVIII prima
 di parlare della nascita di una vera e propria cultura scritta
 arbëreshë; una tradizione che germogliò grazie all’opera di un nutrito 
numero di letterati persuasi dalla necessità di inaugurare una
 tradizione letteraria che dall’Italia si estendesse fino all’Albania.

Tradizioni popolari, balli e danze frutto della fusione tra culture

Tradizioni popolari, balli e danze frutto della fusione tra culture


Nel folklore, e vista l’origine non poteva essere altrimenti, emerge 
con forza un costante richiamo alla patria di origine. I canti popolari 
e religiosi, le leggende, i racconti, i proverbi riecheggiano un forte 
spirito di comunanza e solidarietà etnica: motivi ricorrenti sono la
 nostalgia della patria perduta, il ricordo delle leggendarie gesta di 
Skanberberg, eroe riconosciuto da tutte le popolazioni albanesi del
mondo, e la tragedia della diaspora in seguito all’invasione ottomana.


A “fasciare” tutta questa enorme mole di tradizioni, ecco
 l’affascinante e sontuoso abito femminile, ricco di ornamenti con
rifiniture e decori anche in oro zecchino, oggi usato solo durante le
animate manifestazioni folkloristiche. Questo particolare vestito è 
costituito, essenzialmente, dalla kesa, ornamento a forma rettangolare,
 di seta rossa trapuntata in oro, da portare sulla nuca, e da una gonna 
rossa di tessuto a lamine d’oro ed ornata da un gallone al lembo, 
anch’esso in oro, raccolta in piccolissime pieghe verticali. 

La cultura è adesso tutelata e valorizzata anche attraverso musei dedicati a questa cultura

La cultura è adesso tutelata e valorizzata anche attraverso musei dedicati a questa cultura

Il petto 
della donna, è invece coperto da una camicetta bianca ornata da
 merletti e da un bolerino azzurro trapuntato in oro con orlo gallonato.
 La natura pregiata dell’abito femminile avvalora l’ipotesi secondo la
 quale, i “profughi” erano, in realtà, famiglie nobili del “Paese delle 
Aquile” che giunsero in Italia portandosi dietro i propri dipendenti, 
lavoratori e contadini. 
Uno degli aspetti fondamentali della cultura arbëreshë, è legato 
all’aspetto religioso: gli albanesi emigrati in Italia seguivano il
 rito bizantino nella lingua greca – da ciò derivò una certa confusione 
che si è fatto in passato tra greci e albanesi a proposito degli 
abitanti di queste comunità. In parte essi erano già in comunione con
 la chiesa cattolica; gli altri, una volta in Italia, vi si 
assoggettarono, continuando a rimanere tenacemente attaccati alla
 propria identità religiosa bizantina. Il turista che visita dette
 comunità ed entra in una chiesa italo-albanese si sente immediatamente
immerso nel cerimoniale e nella religiosità tipica dell’oriente. La 
chiesa arbëreshë è attualmente sotto la giurisdizione della Santa Sede, 
governata da due Eparchie: Lungro in Calabria e Piana degli Albanesi in
Sicilia.

Reportage:
La redazione
 

 

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