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Vena del Gesso Romagnola: il libro della Terra

Categorie: Italia, Reportage
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Dove l’Appennino romagnolo degrada verso la pianura, un grande bastione argenteo interrompe i dolci profili delle alture: è la Vena del Gesso Romagnola, una singolare formazione geologica e un ecosistema unico e prezioso.

La sua struttura imponente e austera disegna un tratto secco e deciso tra i colli romagnoli, incidendoli con un filone roccioso che scintilla tra la fitta vegetazione. È così che si presenta il territorio del Parco Regionale Vena del Gesso Romagnola, un’area di 60 chilometri quadrati, situata tra le valli del Sillaro e del Lamone, a cavallo tra le province di Bologna e Ravenna.

Una storia lunga sei milioni di anni

La Vena del Gesso romagnola – che si sviluppa per una lunghezza lineare di circa 25 chilometri e una larghezza di 1,5 – è un vero unicum a livello mondiale, grazie alla sua struttura pressoché omogenea e composta quasi esclusivamente dal minerale gessoso. Questo lungo filone argenteo si presenta austero e frastagliato nelle forme, con una struttura a gradoni e un susseguirsi di rupi e strapiombi.

Andando più in profondità, un intricato sistema di grotte, doline, inghiottitoi e risorgive si nasconde sotto la superficie: l’area del parco è, infatti, caratterizzata da numerosi fenomeni e morfologie carsiche. All’ombra delle cavità, numerosi strapiombi verticali con profondità record: gli abissi. Sono oltre 200 le grotte del Parco Vena del Gesso Romagnola, tra cui le due più conosciute della Tanaccia e del Re Tiberio.

Proprio grazie alle sue peculiarità di alto valore paesaggistico e geologico, l’area del parco è in corso d’inserimento nella lista UNESCO – già approvata dal comitato italiano – come Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Sono passati circa sei milioni di anni da quando questo angolo di Romagna – un tempo sommerso dalle acque del Mar Mediterraneo – divenne progressivamente una terra emersa. Nell’odierna area del parco i sali dell’antico mare iniziarono a concentrarsi in imponenti agglomerati, dopo uno sconvolgimento della crosta terrestre che provocò la chiusura dello stretto di Gibilterra. Evaporando lentamente, le acque lasciarono diversi depositi di minerale.

La nostra Vena del Gesso nacque proprio in questa maniera, durante l’età geologica del Messiniano, quando periodi caldi e aridi prosciugarono le acque di questo “mare d’Appennino”, lasciando depositare il gesso che ancora oggi è distintamente visibile.

A questi periodi – 16 in tutto – si alternarono altri momenti in cui le acque tornarono in maniera più stabile: fu proprio questa alternanza a disegnare gli strati della Vena, tuttora ben visibili in alcuni punti del parco come nei pressi del Monte Volpe o lungo la riva di San Biagio.

Il minerale che caratterizza il parco è anche ciò che ne modella gli habitat, ben differenziati tra il versante nord e sud: se infatti in quello settentrionale il clima fresco ricopre i fianchi delle alture con boschi e castagneti, quello meridionale, caratterizzato dalla riflessione della luce solare sui candidi blocchi gessosi, consente lo sviluppo di specie vegetali tipicamente mediterranee.

È così che gli ambienti del parco sanno cambiare radicalmente nell’aspetto anche a distanza di pochi metri.

Dove verde e bianco si alternano

Sono circa 1.000 le specie vegetali che punteggiano di verde le rocce della Vena del Gesso Romagnola: boschi ombrosi, arbusti tipici della gariga come il terebinto o la ginestra, coriacei popolamenti rupicoli che trovano spazio anche tra le rupi più impervie, abbarbicati sulla roccia. Sono esemplari che si adattano ad ambienti estremi, aridi e inospitali, e che rappresentano delle vere e proprie unicità.

È il caso della felcetta persiana, una delle 21 specie di felci presenti nel parco, che qui si diffonde nella porzione più occidentale di un areale che spazia dagli altopiani balcanici alla regione indiana del Kashmir. Il parco protegge poi altre specie molto rare, come la scolopendra emionitide, reintrodotta dopo l’estinzione degli ultimi esemplari avvenuta negli anni ’50 a causa delle intense attività estrattive.

Il falco pellegrino e altre specie ornitologiche trovano nella Vena del Gesso un habitat ideale per la loro riproduzione (Ph Davide Pansecchi).

Nascoste nei prati che si aprono tra gli anfratti rocciosi, 31 specie di orchidee si celano con i loro magnifici fiori: anche qui si possono trovare specie rare come il barbone adriatico e la serapide maggiore. L’ambiente del parco è poi dimora per una ricca varietà di specie faunistiche, dai grandi mammiferi che si nascondono tra i boschi agli uccelli rapaci che nidificano sulle rupi.

Lupi, gatti selvatici, caprioli e istrici sono abitanti stanziali dei boschi, mentre sulle loro teste volteggiano bianconi, albanelle, gufi reali e falchi pellegrini.

Le popolazioni però più peculiari dell’area sono quelle che abitano gli anfratti carsici e le grotte: sono i pipistrelli, presenti con 19 specie differenti.

Il gesso e l’uomo

Il prezioso minerale bianco che splende nella Vena non venne certo ignorato per la sua pregevole fattura dalle comunità che nei secoli si insediarono nell’area. In alcune delle cavità che si nascondono sotto il suolo del parco, la presenza e la frequentazione umana è stata dimostrata da numerose tracce.

In molti casi non si sa con certezza quando vennero scoperte e quale uso ne fecero gli uomini, ciò che è certo è che i primi reperti rinvenuti risalgono all’età del rame. Durante il periodo romano pare che le caverne venissero utilizzate sia a fini religiosi, come luoghi di culto, che per un’attività estrattiva particolarmente curiosa. Lapis specularis veniva chiamato: una varietà di gesso composto da grandi cristalli trasparenti, utilizzato come materiale vetroso e commerciato nei primi secoli dell’Impero.

Differenti erano i suoi usi, dalle finestre delle abitazioni alle lettighe, dagli stucchi per le produzioni artistiche alla frantumazione in polvere per usi medici.

È acclarato che i romani praticarono l’estrazione di questo gesso speculare in diverse cave intorno all’area del Monte Mauro, che rappresentano l’unica area d’Italia in cui sono presenti cave di lapis specularis.

Il borgo medioevale di Brisighella è protetto da tre promontori di gesso, dove sorgono altrettante perle monumentali: la Rocca dei Veneziani o Manfrediana, del XV secolo, la Torre dell’Orologio del XIX secolo e il Santuario del Monticino del XVIII secolo (Ph Piero Lucci).

Ai margini del parco, nella valle del Lamone, un piccolo borgo medievale si incastona splendidamente in questa area di natura selvaggia e aspra: è Brisighella, comune facente parte della lista dei Borghi più belli d’Italia.

Centro termale di antica tradizione, si distingue per il suo caratteristico profilo, dominato da tre pinnacoli rocciosi – i Tre Colli – su cui svettano la Rocca Manfrediana del XIV secolo, il santuario del Monticino e la torre dell’Orologio. Il rapporto stretto nei secoli tra uomo e gesso è oggi illustrato all’interno del Museo L’Uomo e il Gesso, ospitato nella Rocca e dedicato alla lunga storia estrattiva del minerale. Tra ambienti medievali, al cospetto della Torre Manfrediana, il museo corre indietro nei secoli illustrando le evoluzioni delle attività estrattive, partendo dalle frequentazioni in età protostorica, fino ad arrivare al periodo romano, medievale e rinascimentale.

Nato intorno alla fine del Duecento, il borgo di Brisighella si sviluppa in un reticolo di piccole viuzze che salgono e scendono su per la collina. Scalinate scolpite nel gesso indicano l’indissolubile legame con il minerale simbolo di quest’area.

Il centro storico è dominato dalla caratteristica via del Borgo, anche chiamata via degli Asini, un’antica strada sopraelevata costruita nel XIV secolo e coperta da archi in funzione di baluardo difensivo. Proprio qui abitavano, in case parzialmente scavate nella montagna, i birocciai, gli antichi trasportatori di gesso che, caricando i blocchi di minerale a dorso d’asino, portavano il gesso dalle cave al centro città e verso la pianura Padana.

Le grotte della Tanaccia e del Re Tiberio

Grotta Tanaccia (Ph Piero Lucci)

Le suggestioni della Vena del Gesso romagnola continuano anche sotto la candida superficie del minerale: è il caso delle due grotte della Tanaccia e di Re Tiberio, visitabili con gli speleologi del parco. La Grotta della Tanaccia, poco fuori Brisighella, è visitabile dal centro visite di Ca’ Carné lungo un percorso ipogeo guidato, che consente una vista splendida sulle emergenze carsiche sotterranee. Per informazioni e prenotazioni: cell. 339 2407028.

Anche la Grotta del Re Tiberio – un complesso di oltre 6 chilometri con un dislivello di 223 metri – è in piccola parte visitabile con un percorso di circa un’ora e mezza. Importantissimo sito archeologico, la Grotta del Re Tiberio si sviluppa con una serie di cunicoli, sale, pozzi e gallerie a diversi livelli. Per informazioni e prenotazioni: cell. 335 120 9933.

Gli itinerari consigliati dal Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola

 

Notizie utili

Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola
Riolo Terme (RA)
Tel. 0546.77404
promozione@parchiromagna.it
www.parchiromagna.it

Centro Visite Rifugio Ca’ Carnè
Brisighella (RA)
Tel. 0546.81468/80628

Centro Visite La Casa del Fiume
Borgo Tossignano (BO)

Testo di Marco Carlone / Foto archivio Ente Parco Regionale Vena del Gesso Romagnola

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A proposito dell'autore

Enrico Bottino

Foto e testi, una armonia che libera la creatività sui sentieri della natura. Il trekking è una passione giovane che mi ha permesso di alimentarne un’altra, la fotografia, che oggi svolgo con entusiasmo e in modo professionale. Lavoro nella convinzione che non bisogna andare lontani per realizzare magnifiche fotografie: basta trascorrere una giornata nei boschi e ammirare i minuscoli particolari della natura; l’importante è cogliere l’attimo, solo così è possibile scattare istantanee che non si ripeteranno mai più. Un consiglio? Non tenete mai la digitale riposta nello zaino, portatela sempre a portata di mano. E non fermatevi mai, potreste scoprire che le parole sono complementari alle immagini, che al piacere di scattare foto sempre migliori può subentrare quello altrettanto bello di scrivere.

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