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Virunga National Park: il trekking dei gorilla in Rwanda

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Virunga: ad attenderci sono i paesaggi mozzafiato del Rwanda, la gente cordiale, i bimbi pestiferi e poi, nella foresta pluviale impenetrabile, il sogno di una vita… i gorilla

Alle prime luci il cuore della foresta pluviale del paese delle mille colline ricomincia a battere diffondendo, insieme ad una fitta nebbiolina, i suoi mille rumori. È un grande concerto, dove ognuno suona il proprio strumento: i grilli, le rane, le scimmie, la pioggia, i gorilla. Per ora, quel suono è ancora solo nella nostra fantasia.

Entriamo in Rwanda via terra, dal confine ugandese

Kigali, la bella capitale del Rwanda, moderna, dinamica e fiduciosa in un futuro di pace e prosperità – Foto di Oreste Ferretti

L’attesa alla dogana è estenuante. Siamo gli ultimi di una lunghissima fila di persone: il solo pensiero di contarle tutte spaventa. Ma quando il forte dubbio di passare lì tutta la notte comincia a farsi breccia nella nostra mente, due militari grandi e grossi ci prelevano scortandoci all’ufficio competente. Siamo un po’ imbarazzati, ma tutto passa quando il colpo ben assestato sul passaporto rilascia il tanto atteso visto d’ingresso.

Alzata la sbarra, facciamo i nostri primi passi in territorio Rwandese. Arrivati a Kigali ammiriamo il nuovo volto della città, fatto di modernità, belle auto e palazzi di cristallo; ma questo luccichio non può abbagliare a tal punto da far dimenticare quello che è successo qui appena venti anni fa.

Uno sguardo di dolore e disperazione. «Hutu, Tutzi e Twa vivevano in armonia, fino all’arrivo dei coloni europei…» – Foto di Oreste Ferretti

Hutu e Tutzi da secoli vivevano in armonia fino all’arrivo dei coloni europei. Belgi e tedeschi attuarono una rigida separazione razziale dando ai Tutzi il controllo del territorio. Ebbe così inizio una spirale di odio che, con l’indipendenza, esplose in tutta la sua violenza.

L’aprile del ’94 fu l’inizio di un genocidio considerato fra i più brutali ed efferati che la storia ricordi; uno sterminio in massa di Tutzi. In cento giorni gli Hutu fecero un milione di morti, massacrati con maceti, bastoni chiodati e roncole, non si fermarono davanti a niente spazzando via donne, vecchi e bambini, nessuno venne risparmiato.

Inaugurato nel 2004, il Memoriale del genocidio di Kigali svetta sulla collina conservando le enormi fosse comuni ed esposizioni dedicate alla memoria di quei tragici eventi. Il nostro viaggio comincia dal ricordo di quei drammatici giorni, quando sul Paese scese il tempo di Caino.

Foto di Oreste Ferretti

 


Approfondimento: i  giorni di Caino

Il 6 aprile del 1994, vent’anni fa, l’aereo che trasportava il presidente e dittatore del Ruanda Juvénal Habyarimana, di etnia Hutu, fu abbattuto da un razzo. La morte del presidente diede inizio a una serie di massacri sanguinosi e indiscriminati da parte del governo nei confronti della minoranza dei Tutsi che rappresentavano l’aristocrazia della società, etnia ritenuta responsabile dell’attentato. Furono uccisi e perseguitati anche gli Hutu considerati “moderati” o tolleranti. Nel giro di 100 giorni, dal 7 aprile alla metà di luglio del 1994, furono uccise almeno un milione di persone. Il genocidio del 1994 si inserisce in un contesto di rivalità etniche e stermini di massa che coinvolsero non solo il Ruanda, ma anche i paesi limitrofi: l’Uganda a nord, il Borundi a sud, il Congo ad ovest e la Tanzania ad est.


Virunga: il  santuario dei primati

I Monti Virunga nel Parco dei Vulcani dove vivono i gorilla di montagna – Foto di Oreste Ferretti

Lasciamo la città e percorriamo un paesaggio costellato da mille colline, perfettamente coltivate, che rivelano tutta la grande fatica del lavoro dell’uomo. Il nostro fuoristrada serpeggia fra immense piantagioni di tè, la pianta della Camellia sinesi dalla quale si ottiene la bevanda aromatica conosciuta in tutto il mondo per le sue qualità. Furono i coloni belgi ad importare in Rwanda le verdi piantine che si arrampicano fino ai piedi dei vulcani dove la terra è molto fertile.

Alle spalle delle piantagioni, i monti di oltre 3000 metri del Parco di Nyunguè segnano il confine con il Burundi. Questa foresta, grazie alla sua enorme estensione e l’alto grado di protezione, è un vero santuario che ospita oltre 13 specie di primati, fra cui gli scimpanzé e le scimmie argentate.

Un Paradiso dell’Eden, purtroppo deforestazione, guerre, bracconaggio, traffico illegale e il consumo di carne di scimmia fanno sì che la metà dei nostri antenati stia scomparendo.

Il Lago Kiwu è di una bellezza straordinaria ma è anche considerato dall’Onu uno dei luoghi più pericolosi del pianeta terra per via dei gas che ribollono nei suoi fondali e per i ribelli congolesi – Foto di Oreste Ferretti

Usciamo da un paradiso per entrare in un altro, che però lo è solo in apparenza. È il mitico lago Kiwu, definito dall’Onu come uno dei luoghi più pericolosi del mondo. Le cause sono da attribuire ai ribelli che occupano le sponde del Kiwu, in territorio congolese, risalendo fino alla zona dei vulcani.

Le acque del lago sono una bomba ad orologeria. Una grande quantità di gas ribolle nei suoi fondali, un’eruzione potrebbe causare la morte di centinaia di migliaia di persone. Ma qui c’è anche il metano, una risorsa preziosa che il Rwanda nei prossimi anni tenterà di sfruttare.

Arrivati all’hotel il nostro autista ci raccomanda di non uscire dopo il tramonto perché la zona non è sicura; lo capiamo quando, varcata la soglia, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio ceck-in attraverso il quale dovranno passare i nostri bagagli, come in aeroporto.

Siamo solo ad un chilometro e mezzo dal confine con il Congo: da qui si possono vedere i fumi che salgono dagli accampamenti di Goma, il centro profughi che accoglie centinaia di persone fuggite dalla guerra civile.

Ci lasciamo alle spalle questo sinistro ma splendido lago salutando i pescatori che si spingono al largo con le loro imbarcazioni e risaliamo le colline dove i paesaggi sono bellissimi.

Sobbalzando qua e la abbiamo la conferma che le strade sono un vero disastro, difficili da percorrere anche per gli autisti più esperti, come il nostro Charles. Per lunghi tratti queste strade sono veri cantieri e le soste obbligate sono parecchie.

In Rwanda per la costruzione delle strade, vengono impiegati decine di detenuti che lavorano sotto l’occhio vigile dei capocantieri cinesi, veri maestri nel settore! Le strade sono made in China! Tecnologia e professionalità sono messe a disposizione in cambio di petrolio, legname, diamanti, cobalto… sono le ricchezze dell’Africa, pronte a partire verso l’Impero del Dragone.

Proseguiamo attraverso le colline, dove il ricco terreno vulcanico e l’abbondante acqua permettono lo sviluppo di una vegetazione rigogliosa, agevolando le attività agricole della gente del luogo che hanno il loro grosso guadagno nel vendere i propri prodotti nei vari mercati settimanali. Mercati affollati, colorati, pieni di gente che contratta, discute e che al nostro passaggio s’interrompe guardandoci con aria trasecolata.

Il motivo è semplice: i pochi viaggiatori che attraversano il Rwanda difficilmente si fermano in questi mercati mescolandosi ai locali. Ma in questo modo abbiamo l’opportunità di familiarizzare e notiamo così sul viso degli adulti la preoccupazione di un domani incerto, mentre i bimbi esternano tutta la loro spensieratezza e curiosità per queste persone che sembrano arrivate da un’altro pianeta. Ma dobbiamo proseguire e il nostro fuoristrada s’inerpica lungo piste sempre più impossibili, inoltrandosi nel Parco dei vulcani.

Dove vive il gorilla

Il silver back, il capo della famiglia Umubano dei gorilla Beringei, una delle cinque famiglie che sono abituate alla vicinanza dell’uomo – Foto di Oreste Ferretti

Il nostro proponimento è raggiungere l’habitat dei gorilla di montagna. Ci fermiamo nell’ultimo villaggio ai piedi della catena dei monti Virunga, dove la principale risorsa dei locali è la coltivazione della camomilla che viene raccolta e fatta essiccare dalle donne.

Gli uomini, invece, aspettano gli escursionisti sperando di essere scelti come portatori. Una risorsa anche questa, limitata però a pochi mesi l’anno, quando non piove e i sentieri sono praticabili. I rangers compongono un gruppo di sei persone: assoldati i portatori si parte!

Il sentiero s’inoltra nella foresta e sale ripido verso il vulcano. Siamo a pochi passi dal confine con il Congo e con noi, oltre ai rangers, ci sono militari armati pronti a difenderci in caso di qualche malaugurato incontro con bracconieri o ribelli congolesi che spesso sconfinano per nascondersi dagli attacchi governativi.

La foresta diventa sempre più fitta, siamo immersi in un ambiente incontaminato e selvaggio, all’ombra della vetta del vulcano Karisimbi che dall’alto dei suoi 4.500 metri segna il confine con il Congo. Camminiamo faticosamente per ore, tormentati da un caldo umido opprimente, mentre i rangers si tengono in continuo contatto via radio per comunicare informazioni su dove si trovano le famiglie dei gorilla, che durante la notte si spostano anche di parecchi chilometri. Ogni giorno la situazione cambia. I gorilla possono essere vicini o lontani, tanti o pochi, tranquilli o nervosi, a volte non si fanno trovare.

Continuiamo ad arrancare verso i 3.200 metri di quota, fra bamboo e alberi di cosso. È proprio qui che hanno deciso di venire a vivere alcune famiglie di gorilla Beringei, creando la più grande comunità del mondo; solo cinque di questi si possono avvicinare perché abituate alla vista dell’uomo.

Intanto il sentiero diventa sempre più scivoloso, sconnesso e costeggiato da gigantesche ortiche che riescono a pungere anche attraverso i tessuti. Ben presto impariamo a identificarle e a evitarle.

Dian Fossey

Dian Fossey e i suoi gorilla ai tempi in cui viveva nella foresta pluviale del Parco dei Vulcani

Tra queste montagne, in questa impenetrabile foresta dall’afa soffocante, dalle piogge torrenziali, fra insetti e serpenti velenosi, tribù ostili, bracconieri incattiviti e mille altre avversità, visse dal 1967 al 1985 Dian Fossey, la primatologa americana che dedicò gran parte della sua esistenza allo studio dei gorilla. Ma Diana pagò con la vita la sua immensa passione per i gorilla.

Nell’’85 fu assalita nella sua capanna e fatta a pezzi con il macete, la stessa arma usata pochi istanti prima, per uccidere brutalmente il suo adorato Digit e tutti i componenti della famiglia di gorilla. Fu qui, nel Karisoke Research Center, che Dian venne sepolta; la sua tomba e quella di Digit sono collegate attraverso un cerchio di pietra affinché, secondo la credenza locale, le due anime vivano per sempre insieme, anche nell’aldilà.

La sua morte è da attribuire a chi, in Rwanda, non aveva interesse alla salvaguardia dei gorilla e vedeva nella Fossey una minaccia per i propri interessi: i bracconieri e i trafficanti occidentali che uccidevano questi animali per utilizzare le loro teste come trofei e le loro zampe come posacenere.

Lasciamo con amarezza il regno della Fossey e lasciamo anche i militari che salgono al confine, una zona molto pericolosa infestata dai ribelli congolesi del Movimento 23 Marzo che da tempo combattono contro il governo centrale.

Noi tagliamo in costa lasciando il sentiero. D’ora in poi il macete sarà l’unico mezzo per aprirci un varco in questa foresta veramente impenetrabile. Proseguiamo ancora per un’ora, annaspando nel fango fino alle caviglie; ogni passo sembra un macigno, pesante da spostare, su un percorso che è sempre più intricato.

Improvvisamente ombre e fruscii ci fanno tremare e capiamo di essere vicini alla realizzazione di un sogno, uno dei momenti più emozionanti di tutta la nostra vita si sta materializzando: siamo a meno di cinque metri dai gorilla di montagna.

Silver back

Il silver back, il capo della famiglia Umubano dei gorilla Beringei, una delle cinque famiglie che sono abituate alla vicinanza dell’uomo – Foto di Oreste Ferretti

Il silver back, il gorilla dalla schiena argentata, l’enorme maschio dominante ci osserva già da tempo, appollaiato su un’altura. Dall’imponenza dei suoi 220 chili controlla i nostri movimenti, guardandoci fisso negli occhi; con il suo lasciapassare raggiungiamo il resto della famiglia composta da due femmine adulte, un neonato, quattro ragazzoni impegnati in una lotta che con il passare dei minuti diventa sempre più furiosa. La situazione degenera e i due se le danno di santa ragione, ma la mamma che controlla la situazione li richiama all’ordine e tutto si calma. I gorilla sono gli animali più affascinanti della terra, forse per la loro intelligenza o forse per i loro atteggiamenti che sono del tutto simili ai nostri.

Guardare negli occhi un gorilla libero in natura, a pochi passi da te, lascia folgorati e ipnotizzati. Questi animali sono erbivori e trascorrono la maggior parte della giornata alla ricerca del cibo. Mangiano foglie, gambi, germogli, frutta che integrano con cortecce, radici, fiori e a volte con larve e piccoli insetti. Queste famiglie sono ad alto rischio di estinzione.

Nella foresta che attraversa il Rwanda, l’Uganda e il Congo, ne restano solamente 800 esemplari. La guerra civile in Congo sta avendo ripercussioni anche su queste famiglie, che a volte vengono uccise a colpi di mitra dai ribelli per nutrirsi della loro carne. L’impegno che la Fossey ha dedicato alla protezione e alla salvaguardia di questi animali, continua oggi grazie ai rangers e alla loro dedizione.

Appartata dietro ad una pianta una giovane madre sta allattando il suo piccolo. I suoi occhi sono umani e le sue “mani” stringono e accarezzano quel piccolo essere dal pelo arruffato e spelacchiato, che forse per la prima volta si trova di fronte ad un obbiettivo fotografico. Il suo sguardo è più incuriosito che impaurito, il nostro augurio è che i suoi occhi possano vedere solo macchine fotografiche e non mitra, macete e trappole vigliacche, come è successo ai suoi antenati. Intanto il silverback si è tranquillizzato, non ci considera un pericolo, annoiato se ne và.

Quel poco tempo che ci ha dedicato, lasciandoci osservare la sua famiglia, resterà un ricordo indelebile per il resto della nostra vita.

Gorilla di montagna: il trekking

Il trekking è abbastanza faticoso, ma per raggiungere un sogno è il giusto prezzo da pagare – Foto di Oreste Ferretti

Sveglia alle cinque e partenza, prima dell’alba, muniti di permesso per il Parco dei Vulcani, per visitare i gorilla, che avrete richiesto e pagato dall’Italia (750 dollari per giorno e per persona, circa 5 anni fa).

Il visto deve essere richiesto con largo anticipo perché i posti sono limitati a 60 persone al giorno. Ci si ritrova tutti al “Centro di accoglienza” dove, un piccolo briefing, spiegherà i comportamenti da usare nei confronti dei gorilla. Una regola importante è quella di non avere malattie respiratorie che sono facilmente trasmissibili e fatali a questi animali. Vengono composti gruppi di 6-8 persone al massimo per ogni famiglia di gorilla poi, accompagnati da rangers e battitori, si parte.

Non è facile prevedere il tempo necessario per incontrarli. Se si è fortunati bastano 3-4 ore di cammino, a volte, ne occorrono anche 5 o 6 visto che non ci sono sentieri prestabiliti ma si seguono i rangers che si fanno strada nella foresta per seguire le tracce dei gorilla.

La foresta pluviale del Parco dei Vulcani si risveglia alle prime luci del giorno con i suoi mille rumori – Foto di Oreste Ferretti

Noi dimenticate occhiali da sole, un cappello, crema ad alta protezione, repellente per zanzare (per quello che può servire), calzettoni lunghi per poter infilare dentro il fondo dei calzoni, i guanti necessari per non essere punti da rovi e ortiche e un buon paio di scarponi.

L’Old Karisoke Trekking “ è un’altra bella escursione ripida e tosta che vi porterà alla tomba di Dian Fossey e della famiglia di gorilla che era riuscita ad avvicinare. Per fare questi trekking è necessaria una buona forma fisica, un discreto allenamento e spirito di adattamento.

Il percorso è molto faticoso e, a volte, si può essere stremati dal caldo, dalle punture delle ortiche e da quelle delle zanzare che sono le più grosse del mondo, ma non pericolose per la malaria. Spesso si scivola e si deve annaspare nel fango, specie quando piove, arrivando in queste condizioni a 3.500 metri. Ci sono momenti in cui, sopraffatti dalla fatica, ci si guarda in faccia e ci si chiede “ma che cosa ci facciamo qui?”.

Ma quando la prima ombra ti passa davanti e riesci a metterla a fuoco, allora capisci che tutti questi sacrifici non sono stati inutili. Tornati al “Mountain Gorilla View Lodge”, vi attenderanno persone premurose che vi faranno sedere, vi toglieranno gli scarponi infangati mettendovi comode ciabatte ai piedi e un delizioso succo rinfrescante in mano. Quando vi sarete ripresi e raggiungerete il vostro bungalow vi aspetterà uno scoppiettante caminetto acceso e pasticcini. Non è fantastico?”.

Questi magnifici animali sono in pericolo di estinzione; sono gli ultimi gorilla della terra e solo voi potere salvarli con il vostro contributo.

Testo di Odetta Carpi / Foto di Oreste Ferretti

 

Nei laghi salati la gente raccoglie il prezioso minerale sotto ad un sole ed a un riflesso implacabile – Foto di Oreste Ferretti

 

 

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