Wadlopen, la frontiera fra l’acqua e la terra | Trekking.it

Wadlopen, la frontiera fra l’acqua e la terra

Categorie: Estero, Reportage
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Wadlopen significa camminata nel fango, un’esperienza particolare riservata agli escursionisti che visitano l’arcipelago delle Frisone Occidentali. Queste isole sabbiose sono separate dal litorale olandese da fondali bassi, i Wadden, che segnano il limite esterno dell’antica linea costiera continentale. Su una di queste perle, Schiermonnikoog, gli escursionisti restano incantati dall’atmosfera del mare, della terra vicina, della sua gente.

Camminare nel fango fino alla caviglia, nello spazio di mare lasciato scoperto dalla bassa marea, è un’esperienza singolare per noi italiani. Una novità non priva di preoccupazioni. Tratti di terreno paludoso possono nascondere insidie, come le sabbie mobili pronte ad inghiottirti. Dalle domande rivolte alla nostra accompagnatrice trapela una certa inquietudine: quanto saranno profondi quei rivoli d’acqua che ogni tanto scorrono tra la sabbia? Quando la marea comincerà a salire nuovamente avremo abbastanza tempo per tornare indietro, al sicuro, sulla terra ferma? Eppure, lungo le coste del nord Europa, tra Olanda, Germania e Danimarca, camminare lungo il bagnasciuga rappresenta una peculiare forma di escursionismo, un vero e proprio sport con tanto di federazione nazionale.

Fango! il terreno ha una consistenza del tutto particolare e camminarlo è un'esperienza inedita.. coinvolgente

Fango! il terreno ha una consistenza del tutto particolare e camminarlo è un’esperienza inedita.. coinvolgente

L’isola dei frati neri

Questa è l’etimologia di Schiermonnikoog, l’isola sulla quale ci troviamo, l’ultima delle Frisone Occidentali e una delle principali mete turistiche dei Paesi Bassi (le isole dell’arcipelago sono divise tra Olanda, Germania e Danimarca). È un posto incantato, dove ogni mezzo a motore è messo al bando. La nostra smania di esplorare nuovi spazi troverà soddisfazione sulle due ruote, a cavallo, oppure, più semplicemente, a piedi. Le case dal tetto spiovente, dell’unico paese, si stringono attorno ai due fari dell’isola. Intorno nient’altro, solo centinaia di chilometri quadrati di brughiera spazzata dal vento e distese di sabbia chilometriche, dove non è raro vedere gruppi di foche vitulline sdraiate al sole, a pochi metri dai bagnanti.

Il territorio è tutelato dalla Riserva Naturale di West Punt, caratterizzata da dune erbose e da un laghetto d’acqua dolce, e dalla Riserva Naturale di Kobbenduinen, 2400 ettari di coste sabbiose, dune, prati ed acquitrini di acqua salmastra. Queste due importanti aree protette compongono il Parco Nazionale che si estende per quasi tutti i 14 chilometri di lunghezza dell’isola.

Nel nome dell’isola è racchiusa anche la storia di quello che gli olandesi chiamano “wadlopen” – wattwanderung e vadevandring rispettivamente in tedesco e danese – vale a dire il camminare lungo il terreno acquitrinoso che la bassa marea lascia scoperto, il “wad”, per l’appunto.

I frati neri furono i primi colonizzatori di Schiermonnikoog, e vi giunsero dal continente, attraversando a piedi il Wadden See (letteralmente “mare di fango”), bacino interno che separa l’isola dall’arcipelago Frisone.

Ancora oggi, le passeggiate attraverso il wad, da farsi solo in presenza di una guida esperta che conosce bene le vie praticabili – sia per ragioni di sicurezza che di protezione del fragilissimo ecosistema – sono le attività maggiormente pubblicizzate nei depliant dell’Ufficio Turistico di Schiermonnikoog. Altrettanto interessanti sono le escursioni nella Riserva, le crociere con gli “Skooties” (i barconi a vela frisoni) e le passeggiate a cavallo.

Il mare si ritira, emerge il “wad”, curioso ambiente che non sai più se appartiene all’acqua o alla terra. Una tavolozza di colori che varia tra gradazioni di grigio, beige e verde, con la costa lontana persa nella foschia, il terreno fangoso pullula di uccelli intenti a scavare con il becco nella sabbia, alla ricerca di pesciolini, crostacei e vermi. È giunto il momento di camminare nel fango. La sensazione è che le gambe siano molto pesanti e attaccate alla terra.

Un ambiente pieno di vita

Al Bezoekercentrum, piccolo centro-visite e museo della Riserva, conosciamo Cynthia Borras, una biologa che si è trasferita qui dalla nativa Francia per lavorare al Museo. È lei che ci propone di accompagnarla in una passeggiata sul wad. Non proprio entusiasti (come prima reazione l’idea di camminare immersi nel fango non ci attira molto), ma incuriositi, accettiamo. La nostra amica ci fornisce stivali alti, retini e rastrelli. Inforchiamo le bici e siamo al vecchio porticciolo, dove ora attraccano solo le barche da diporto; molte sono a secco, semi coricate nel fango, costrette ad aspettare la prossima marea per poter ripartire.

I primi passi sono i più faticosi

non conosciamo bene il terreno, affondiamo fino alle caviglie e facciamo una gran fatica a sollevare i piedi. Abbiamo l’impressione di camminare nella neve pesante, quella della tarda primavera, dei residui delle valanghe, o quella che si accumula alla base dei tronchi. Seguendo i passi dei nostri accompagnatori ci rendiamo conto quanto sia fondamentale la conoscenza dell’ambiente: si muovono come esperte guide alpine sul manto nevoso, individuando, a istinto, i punti dove il fango tiene di più.

Cynthia fuga subito i nostri dubbi sulla fanghiglia nera ed appiccicosa che si deposita sui nostri stivali.

Non si tratta di inquinamento – spiega la biologa – ma dell’azione di microrganismi che vivono all’interno del fango. È l’interazione di essi con l’ossigeno a renderlo nero, non il catrame o il petrolio.

Per essere più convincente, Cynthia rivolta con un rastrello un mucchio di fango: appena a contatto con l’aria da marrone scuro diventa subito di un nero intenso.

Le ore successive sono tutte una scoperta: Cynthia ci illustra le innumerevoli forme di vita che popola quella che a noi sembra solo materia inerte: vermi ed altri insetti, piccoli crostacei, gamberetti, pesci microscopici, quasi trasparenti, che riescono a vivere a cavallo tra il fango, nel quale si nascondono, e le piccole pozze d’acqua salmastra che rimangono nelle buche più profonde. Non pensavamo fosse così interessante e divertente.

Molte altre comitive, intorno a noi, si muovono in fila indiana, attrezzate di tutto punto e dirette verso la costa lontana o semplicemente intenti a piccole battute di pesca tra le pozze.

Ilaria, nostra figlia, letteralmente impazzita dalla felicità, è intenta a pescare gamberetti con Cynthia, immersa fino alle gambe in una grande pozza che contiene ancora un po’ di acqua.

Li catturano e li conservano, ancora vivi, in un secchio: serviranno come cibo per i pesci allevati nell’acquario didattico del Museo. E intanto migliaia di uccelli scavano con le zampe, raspano e setacciano con il becco, approfittando di questa immensa riserva di cibo, prima che scompaia inghiottita dalla prossima ondata di marea.

Al Museo

L’escursione si chiude idealmente al Centro Visite: qui un potente getto d’acqua libera i nostri indumenti e le calzature dal fango. Entriamo nelle sale espositive, dove i pannelli esplicativi illustrano il formarsi delle maree, del Wad, delle sue tante forme di vita, e per vedere dal vivo i pesci del Wadden See.

Terminato il tour didattico è tempo di passeggiare tra le dune ricoperte di erba bassa, o fare un bel giro con i carri trainati dai cavalli che percorrono le lunghe spiagge sabbiose, cercando di individuare con il binocolo le foche distese al sole.

La nostra prima passeggiata di Wadlopen finisce qui e, malgrado le perplessità iniziali, la possiamo considerare un’esperienza positiva.

Sulla spiaggia, con il carro trainato dal cavallo, alla ricerca delle foche sdraiate al sole

Sulla spiaggia, con il carro trainato dal cavallo, alla ricerca delle foche sdraiate al sole

Testo e foto:
Aldo Frezza

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La Redazione

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