Marguareis: tra le bianche distese di confine | Trekking.it

Marguareis: tra le bianche distese di confine

1

A pochi chilometri dal mare, a cavallo tra Piemonte e Liguria, le maestose cime delle Alpi del Sole offrono paesaggi che nulla hanno da invidiare a mete turistiche ben più famose.

In pochi conoscono la bellezza di queste montagne e dei loro paesaggi innevati, che offrono infinite possibilità per essere esplorati camminando, anche nella stagione invernale.

La neve sospende il tempo e con esso il vento tra le cortecce dei grandi abeti secolari. Ho camminato a lungo nella neve immacolata dei boschi del Parco Naturale del Marguareis, e ogni volta ho avuto la sensazione di tornare indietro nel tempo immergendomi in una natura immobile nei secoli.

Nell’incanto dell’abete bianco

Visitare un parco naturale è un’esperienza unica, fondamentale per comprendere la necessità di proteggere il nostro patrimonio ambientale. Il Parco Naturale del Marguareis, che si estende sui due versanti del monte omonimo (m 2651), la cima più alta delle Alpi Liguri, offre momenti di apprendimento e di svago e una stupenda palestra all’aria aperta per bambini, adulti, sportivi o persone meno allenate.

La particolare posizione, inoltre, con un clima che risente degli influssi marini provenienti dal Mediterraneo, lo ha reso noto per la varietà della flora, ma risulta ricca anche la fauna: camosci, aquile, cervi, caprioli e galli forcelli popolano il territorio. Da qualche anno è ricomparso anche il lupo su queste montagne: i primi avvistamenti sul territorio risalgono ai primi anni Novanta e nel 1999 la Regione Piemonte ha avviato un progetto di ricerca per approfondire le ragioni di questo ritorno.

Una pista da sci di fondo si inoltra nel fitto bosco del Parco del Marguareis

Ma il vero simbolo dell’area protetta è l’abete bianco. Alto fino a quaranta metri, con un diametro che, in alcuni casi, arriva a sfiorare i due, risulta essere un albero molto longevo: può raggiungere, infatti, i seicento anni d’età! Con il suo legno chiaro dalle venature rossastre, la sua corteccia che con il trascorrere del tempo si fa sempre più nera, abbracciato e ancorato alla terra dalla grande radice a fittone, è testimone di un tempo lontano e, forse, profondamente diverso. Chissà se gli stessi animali di oggi popolavano i boschi della valle seicento anni fa? Chissà quali profumi nell’aria, quali colori e quali popolazioni li attraversavano o li abitavano? Ciò che sappiamo è che questa pianta secolare deve la sua presenza ai frati certosini che da sempre hanno curato e mantenuto intatti questi boschi, senza sostituirli con altri più vantaggiosi come il castagno o il faggio, e ne hanno permesso la conservazione.

Nel 1173 i Consignori di Morozzo donarono all’Ordine Certosino tutti i terreni dell’alta valle Pesio: nacque la Certosa. Nel 1802 la Certosa di Pesio fu soppressa dal Governo Napoleonico e le austere mura del monastero ospitarono uno stabilimento idroterapico frequentato dall’alta società europea. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il grande albergo chiuse i battenti fino a quando dal 1934, con i Padri Missionari della Consolata, tornò ad essere un importante centro di spiritualità.

I monaci sono presenti sul territorio dal 1173, quando la parte alta della valle venne ceduta al priore Uldrico dell’Ordine Certosino. Le terre vennero suddivise in grangie, piccole aziende agricole controllate dal monastero. I monaci prima crearono una correria, casa dei membri laici del monastero, sulla sponda sinistra del Pesio, poi iniziarono i lavori per la Certosa sulla sponda opposta del torrente, in un territorio ricco di vegetazione, stretto tra la montagna e il corso d’acqua. Gran parte della ricca vegetazione odierna della valle si deve proprio all’attenta organizzazione delle terre, che oggi definiremmo “sostenibile”, portata avanti dai monaci.

L’abete bianco è il frutto del lavoro di conservazione operato nei secoli. Quando vi troverete a passeggiare muniti di ciaspole in questi boschi, ricordatevi dell’età degli alberi che vi circondano e lasciatevi osservare dai loro occhi antichi: sarete colti da un leggero senso di spaesamento e crederete di trovarvi in una landa sospesa nel tempo. Ma non lasciatevi intimorire dalla consapevolezza di essere insignificanti al loro cospetto: anche questi abeti maestosi, come noi, conoscono un inizio e una fine e sono soggetti al perenne ciclo della vita. Godete piuttosto dell’aria profumata che penetrerà i vostri polmoni e ascoltate il soffice rumore dei passi sulla neve: questi, probabilmente, sono gli stessi da secoli. Anche voi, così, saprete di far parte della Storia e, ancor di più, di appartenere alla Natura: sarete l’ultimo degli animali che questi grandi alberi avranno visto passare sotto di loro rompendo sottilmente il suono del silenzio.

I nostri itinerari

Testo di Alberto Cavallo

Potrebbe interessarti anche:

A proposito dell'autore

Enrico Bottino

Foto e testi, una armonia che libera la creatività sui sentieri della natura. Il trekking è una passione giovane che mi ha permesso di alimentarne un’altra, la fotografia, che oggi svolgo con entusiasmo e in modo professionale. Lavoro nella convinzione che non bisogna andare lontani per realizzare magnifiche fotografie: basta trascorrere una giornata nei boschi e ammirare i minuscoli particolari della natura; l’importante è cogliere l’attimo, solo così è possibile scattare istantanee che non si ripeteranno mai più. Un consiglio? Non tenete mai la digitale riposta nello zaino, portatela sempre a portata di mano. E non fermatevi mai, potreste scoprire che le parole sono complementari alle immagini, che al piacere di scattare foto sempre migliori può subentrare quello altrettanto bello di scrivere.

1 comment

Lascia un tuo commento